Piccole Saman crescono in un Occidente che odia troppo se stesso e non sa aiutarle

mercoledì 9 Giugno 11:04 - di Annalisa Terranova
Saman Occidente

Chissà se anche Saman sarà presto dimenticata, per lasciare spazio ad altre infeconde battaglie che la sinistra ha molto a cuore, tipo i bagni gender fluid o la “e” rovesciata per dire basta alla sessualizzazione della lingua.

La sinistra ama gli immigrati solo se le consentono la retorica del bene

C’è da scommettere che sì, sarà dimenticata. Gli immigrati piacciono alla sinistra quando arrivano sui barconi, perché sono “risorse” su cui esercitare la retorica del bene. E magari farebbero comodo se votassero. Ma della loro sorte, soprattutto se sono femmine, nessuno si interessa. Poi se subiscono soprusi gli mettono l’aureola e basta, finisce lì. Noi siamo il paese dove a un convegno sull’immigrazione nel 2017 venivano pronunciate queste parole: «Non possiamo pretendere che un africano sappia che in Italia, sulla spiaggia, non si può violentare una persona, perché lui probabilmente non lo sa proprio. Allora noi questi extracomunitari li dobbiamo educare alle nostre regole». E ancora prima, nel 2009, esponenti del Pd fecero il bagno col burkini per protestare contro il sindaco leghista Buonanno (oggi scomparso) che ne aveva vietato l’uso.

Il libro scandalo di Lale Gül in Olanda: le minacce, la fuga

Già, aspettiamo di educarli. Intanto le immigrate di seconda generazione soffrono, combattono in solitudine, subiscono una doppia emarginazione, quella dei familiari e quella della comunità di appartenenza. Il caso di Saman, lo sanno tutti, è tutt’altro che isolato. In Olanda è diventato un best seller il libro di Lale Gül,Io vivrò“, per il quale l’autrice ha subito minacce pesantissime. Sua madre è arrivata a dirle: “Se non fossi mia figlia ti strangolerei”.

Le altre Saman, eccessiva tolleranza verso l’Islam radicale

Oggi ne scrive Repubblica, sottolineando che l’eccessiva tolleranza verso l’Islam radicale crea indifferenza verso ciò che accade nelle comunità straniere, soprattutto verso i destini delle donne. E l’Olanda sostiene le scuole coraniche, accetta che le ragazze portino il velo e la sinistra socialdemocratica accoglie senza riserve la voce dei turchi ultraconservatori. Lale Gül ha scritto un libro di denuncia: «La mia sola colpa è stata di lavare in pubblico i panni sporchi dei turchi d’Olanda. Ma sono felice di averlo fatto».

Lale Gül: io minacciata di morte 

I genitori l’hanno buttata fuori di casa e le hanno tagliato i viveri. “Oggi Lale Gül non vive neanche più in un albergo, ma in un luogo nascosto: la sindaca di Amsterdam, Femke Halsema, la sostiene economicamente, la chiama spesso. Troppo violenti gli insulti e frequenti le minacce di ucciderla: «Sono stata più volte minacciata di morte, con messaggi spaventosi, illustrati con foto di armi pesanti. Ma non mi spaventano, perché ne ricevo molti di più di chi mi sostiene, soprattutto da persone della mia comunità», racconta. Conserva gli screenshot delle minacce sul telefono, sono una settantina: c’è anche l’avvertimento del gruppo “sharia4holland”. Ormai sei sulla lista nera, le hanno scritto. «Siamo attivi in tutta Amsterdam», «Abbiamo grandi piani per te»”.

La madre: avrei preferito partorire una pietra

Eppure lei ha raccontato solo cosa è stata la sua vita prima della ribellione: “A casa si legge soltanto il Corano, la madre le insegna solo a obbedire, a prepararsi al matrimonio combinato. Lei si ribella, divora letteratura di nascosto, per tre anni vive un amore clandestino con un olandese all’Aia: le pagine in cui racconta le prime esperienze sessuali sono euforiche, una liberazione. Quando il libro esce, la madre le dice che avrebbe preferito partorire una pietra. Il padre è il postino del quartiere, ogni tanto lo fermano, gli dicono che sua figlia lo ha disonorato. Gli viene un tremore alle mani che non va più via. Un giorno Lale torna a casa e trova una manciata di vicini sul divano che le urlano contro”.

E oggi – continua l’articolo di Repubblica – “per lei è chiaro che «a volte non può esserci un dialogo intercomunitario. Per mia madre, per esempio, è inconcepibile che una ragazza voglia vivere da sola prima del matrimonio, avere una o più relazioni. Inutile spiegarle che una donna deve avere gli stessi diritti di un uomo. Ho dovuto rassegnarmi al fatto che non riuscirò ad infrangere alcuni tabù»”.

Il caso della scrittrice Irshad Manij

Il problema non è nuovo, ne parlava già quasi vent’anni fa la scrittrice musulmana dissidente e lesbica Irshad Manij, che vive in Canada. Nel suo libro “Quando abbiamo smesso di pensare” (Guanda, 2004) contrapponeva l’islam intellettualmente vivace dei primi secoli a quello dei fondamentalisti odierni dove trionfa la grettezza. Allo stesso tempo sosteneva che gli islamici hanno bisogno dell’Occidente per avere “un futuro per cui vivere, anziché un passato per cui morire”. La sinistra non ne ha mai fatto una battaglia, assecondando anzi la cancel culture più punitiva contro l’Occidente. Tutti ricordano come fu messo in croce Silvio Berlusconi per avere detto, dopo l’attentato alle Torri Gemelle che «dobbiamo essere consapevoli della superiorità e della forza della nostra civiltà». L’Occidente, per la sinistra non ha nulla da insegnare, ha solo colpe da espiare. E non importa se, tutt’intorno, crescono altre piccole Saman sacrificate alla cultura dell’inclusione.

Pierluigi Battista: l’Occidente disprezza se stesso

“Nella cultura corrente in Occidente – ha scritto Pierluigi Battista nella sua rubrica su HPsi è cominciato a disprezzare quello che Saman desiderava, si è cominciato a vedere in una parola con la desinenza maschile un’oppressione più sottile e pervasiva di quella, feroce e primitiva, esercitata da una famiglia che in Italia uccide una ragazza che rifiuta il matrimonio combinato. È quest’odio di sé, questo progressivo e invadente disamore per ciò che Saman considerava una conquista, è proprio questo che ha impedito a Saman di essere ricordata dolorosamente come una di noi”.

 

 

 

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