Paola Piras si risveglia dal coma e chiede del figlio Mirko ucciso dall’ex-compagno pachistano

lunedì 21 Giugno 19:06 - di Roberto Frulli
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La verità più dolorosa Paola Piras ancora non la sa. E i medici che l’hanno in cura e che la hanno tenuta in coma farmacologico per 40 lunghi giorni, attendono, ora che si è svegliata, che la sua situazione sanitaria migliori per dirle che suo figlio, Mirko Farci,  19 anni, non c’è più. E’ morto, l’11 maggio scorso, per difenderla.

Mirko ha fatto scudo col suo corpo per proteggerla dalla furia omicida dell‘ex-compagno della mamma, il pachistano 29enne Shahid Masih. Che, nella notte, è entrato furtivamente nell’abitazione di Tortolì di Paola Piras. E l’ha aggredita, mentre la 51enne dormiva, sferrandole 18 coltellate letali. Perché non aveva accettato la fine della loro storia.

Venerdì scorso Paola Piras si è risvegliata dal coma farmacologico indotto dai medici. E, appena è uscita dal coma, ha chiesto di Mirko.

La donna, che, al momento, respira autonomamente, non sa, dunque, ancora la verità.
Non sa che suo figlio è stato ucciso da Shahid mentre il ragazzo cercava coraggiosamente di fronteggiare l’assassino e difendere la madre.

Paola Piras non è ancora fuori pericolo. E i medici, che la assistono nell’Ospedale Nostra Signora della Mercede, a Lanusei, per ora preferiscono non dirle che il figlio è morto.

Nelle prime ore della mattina dell’11 maggio, Shashid Masih si era introdotto nella casa dove si trovavano il giovane e la madre. Ha sferrato  numerose coltellate a Paola Piras ed ha ferito a morte Mirko.

Per oltre un mese la 51enne di Tortolì è stata in coma. E appena si è svegliata, nei giorni scorsi, ha chiesto dove fosse Mirko.
Ora per la donna, fanno sapere dall’ospedale, è già stato predisposto il supporto degli psicologi che dovranno aiutarla ad accettare quella terribile verità ed a superare il trauma di una perdita così dolorosa come può essere quella di un figlio ammazzato dall’ex-compagno pachistano.

L’assassino, intanto, ha chiesto di poter scontare la custodia cautelare nelle carceri del suo Paese, in Pakistan.
Di fronte ai magistrati ha sostenuto di essere andato a casa dell’ex-compagna, quella mattina, mentre albeggiava, solo per parlarle. Ma che, poi, una volta lì, avrebbe impugnato un coltello per difendersi dall’aggressione del giovane Mirko.
Masih, tuttavia, non è stato creduto. E ora è in carcere perché, per i magistrati, esiste il pericolo di fuga e quello della reiterazione del reato.

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