“Bella Ciao” inno ufficiale per manipolare la storia: l’egemonia comunista non va mai in pensione

7 Giu 2021 20:29 - di Marzio Dalla Casta
Bella Ciao

Ha ragione chi dice che la sinistra è ridotta proprio a mal partito se costretta a risollevarsi con una canzone, in questo caso Bella Ciao. Prove di intempestività e di siderale distanza dalle reali esigenze di quelle che una volta indica come «masse popolari» i compagni ne offrono da tempo. L’avvento di Enrico Letta ne ha solo intensificato la frequenza, come dimostrano – una dopo l’altra – le proposte su ius soli, omotransfobia e voto ai 16enni. A queste va ora ad aggiungersi la più recente, tesa a trasformare Bella Ciao in una sorta di vice-inno nazionale da eseguire obbligatoriamente il 25 Aprile. Una questione di lana caprina, dal momento che quella canzone di dubbia origine è già un prezzemolo per ogni minestra.

Bertinotti: «Bella Ciao si è ritualizzata»

Come ha paventato Fausto Bertinotti, si è «ritualizzata» perdendo fatalmente la propria energia mobilitante. Ma se è così (e così è) perché renderla addirittura ufficiale? Semplice, perché se dipendesse dagli ex-post e neocomunisti, la storia d’Italia comincerebbe solo nel 1945, il suo mito fondante sarebbe unicamente la Resistenza e l’unico patriottismo ammesso quello costituzionale. Nel frattempo, sono riusciti ad equiparare antifascismo e democrazia. Ne avevano bisogno come l’aria visto che prendevano ordini e rubli da una potenza straniera, nemica e totalitaria come l’Unione Sovietica. L’antifascismo, dunque, come grande lavacro dei crimini comunisti commessi ad ogni latitudine, Italia compresa come ben sa chi ha raccontato gli orrori consumati a guerra finita nel cosiddetto Triangolo della morte.

La Resistenza al posto del Risorgimento

Il resto, invece, è riuscito a metà: il Risorgimento ha cessato di essere mito fondante, come dimostra il pullulare di leghe, al Nord come al Sud, ma il trapianto della Resistenza no. Risultato: siamo immersi in una sorta di Striscia di Gaza della memoria collettiva. Vegetiamo in una terra di nessuno dove tutto è in discussione, dall’unità nazionale all’inno nazionale. Messa così, anche l’ufficializzazione di Bella Ciao ha un suo perché. Conferma che la sinistra italiana è ancora a trazione comunista, almeno sotto il profilo culturale. Tutto da dimostrare, invece, la redditività elettorale dell’operazione. Anzi, è più che probabile che la promozione della canzone partigiana a vice-inno non riuscirà a sventare il fiascoannunciato dai sondaggi. In tal caso, servirà a digerire la sconfitta. Perché, come si dice: “Canta che ti passa“.

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