Ddl Zan, se anche Alessandra Mussolini s’inchina all’egemonia del “politically correct”

lunedì 3 Maggio 15:44 - di Giacomo Fabi

«Solo i paracarri non cambiano», diceva nonno Benito. E la nipote Alessandra lo ha preso alla lettera. Già, se la Duciona voleva stupirci coi suoi effetti speciali ci è riuscita alla grande. Quella mano spalancata a mo’ d’insegna per reclamizzare il ddl Zan e non per salutare romanamente spiazza più di un rigore calciato da Lukaku. E segnala una fuga dal proibito verso l’aria che tira, complice un conformismo che sui “diritti civili” ormai non risparmia nessuno. Compresa la Mussolini, soprattutto ora che è ritornata sotto le luci della ribalta grazie a Ballando con le stelle, premiato programma di Mamma Rai del sabato sera. Un viaggio a ritroso verso la prima e forse unica passione della sua vita. La genetica, si sa, non è un’opinione. E più dei cromosomi del Nonno, poterono forse quelli di zia Sofia, in arte Loren.

Si è arruolata tra i testimonial

I nostalgici se ne facciano una ragione. E si consolino, se credono, guardando i video di YouTube come ieri, grazie al vinile, ascoltavano i discorsi dal Balcone. Lì è tuttora cliccatissimo quel «meglio fascista che frocio» urlato dalla nuova testimonial del ddl Zan sulla faccia sbigottita di Vladimiro Guadagno Luxuria. Una battuta fulminante, di quelle che in tv stordiscono la controparte, ma che sul piano storico non rendeva giustizia ai tanti che durante e dopo il Ventennio, seppur con qualche disagio, furono l’una e l’altra cosa. La trasgressione, del resto, non abita solo a sinistra. Prima di Woodstock c’è stata Fiume e prima di Pasolini ci fu D’Annunzio.

Il ddl Zan è conformismo, non trasgressione

E forse non tutti le celebrity testimonial della Zan sanno che il decano dei transessuali italiani, Giò Stajano era anche lui un nipote eccellente discendendo dai lombi fascistissimi di Achille Starace, mussoliniano devoto e custode inflessibile del mito della virilità. Quando negli anni ’70 nacque il “Fronte unitario omosessuali rivoluzionari italiani”, alla domanda se vi avesse aderito, rispose con sublime malizia che a lasciarlo dubbioso era soprattutto l’acronimo: Fuori. Ma fu l’immenso Paolo Isotta, scomparso di recente, a stigmatizzare con ruvida efficacia l’ipocrisia del linguaggio politically correct applicata al terzo sesso. «Gay – confidò a Pietrangelo Buttafuoco che lo intervistava per il Foglio – è una caricatura. Un eufemismo piccolo-borghese da mezzacalzetta. Il termine più consono è ricchione».

Amare chi si vuole è libertà non “diritto”

Una provocazione finalizzata a liberare il tema da insopportabili bardature ideologiche utili solo a celare il tentativo della sinistra di imporre una nuova egemonia. È vero invece che molti omosessuali si sentono diversi e tali intendono restare. Amano come vogliono, ma senza aspirare a sacramenti, reversibilità e discendenze. Esercitano libertà senza pretendere “diritti”. E quelli più dotati di sano realismo mettono in conto anche l’occhiataccia censoria, lo sberleffo irritante e l’insulto codardo. Sanno che il mondo è bello perché è vario e loro ci sono dentro fin dalla notte dei tempi con i loro colori, che sono anche quelli della sofferenza. Inutile, perciò, catalogare per sessi – innati, acquisiti o fluidi – il genere umano costringendo  ciascuno di essi nella sua insopportabile bardatura. Al contrario, occorre tornare a considerare la persona in quanto tale. Insomma, più cultura e meno norme. Soprattutto se torve e liberticide come quelle della legge Zan. 

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