Dalle carte di Amara altra bomba sulla giustizia: c’era pure la P2 dei magistrati e Davigo sapeva…

sabato 1 Maggio 9:46 - di Adele Sirocchi
Caso Amara

Dopo Tangentopoli arriva Giustiziopoli. Così titola oggi in prima pagina il Giornale a proposito dell’ulteriore scandalo che travolge il sistema giustizia. E che prende le mosse dagli atti dell’interrogatorio del faccendiere Piero Amara, avvocato esterno dell’Eni.

Un’incredibile storia di veleni che porta alla P2 dei magistrati

Alessandro Sallusti riassume così la storia di veleni che ha portato a galla una “P2 dei magistrati”. “Quello che è successo negli ultimi mesi – scrive Sallusti – ha dell’incredibile: verbali segreti con pesanti accuse all’ex presidente del Consiglio Conte, ad importanti magistrati e uomini di Stato prima insabbiati, poi consegnati, non si capisce a che titolo, nelle mani di Piercamillo Davigo che invece di fare pubblica denuncia ne parla con il presidente Mattarella e tutto viene messo a tacere; giornalisti del Fatto Quotidiano e di Repubblica che ricevono informazioni a tal riguardo e che invece di indagare, verificare ed eventualmente scrivere (che sarebbe il loro mestiere) questa volta decidono di rivolgersi alla Procura della Repubblica e per mesi fanno finta di niente; una procura, quella di Perugia, che ipotizza l’esistenza di una loggia segreta di magistrati, politici e professionisti sul tipo della P2, la «loggia Ungheria».

Cosa c’è nei verbali di Amara

Cosa c’è nelle rivelazioni di Piero Amara (che parla a fine 2019)? Si parla di uomini delle istituzioni, tra cui Giuseppe Conte, e si parla di una loggia cui questi soggetti facevano capo. Sono tre i gruppi di cui parla il faccendiere Piero Amara ai pm di Milano come iscritti ad una loggia massonica chiamata «Ungheria»: magistrati romani del tribunale fallimentare, magistrati catanesi come il togato del Csm Sebastiano Ardita e alti ufficiali della Guardia di Finanza.

Le carte finiscono nelle mani di Davigo

Che succede a questo punto? Il pm Paolo Storari consegna queste carte a Piercamillo Davigo, ex pm di Mani pulite e fino a pochi mesi fa consigliere del Csm. E lo fa perché la Procura di Milano non vuole aprire un’indagine sulle rivelazioni di Piero Amara. Storari, in conflitto con il procuratore capo Francesco Greco, si rivolge dunque a Davigo.

L’imbarazzante nome fatto da Amara: quello del magistrato Ardita

Davigo, a sua volta, non informa il plenum, ma parla dei contrasti sorti a Milano, proprio sui verbali di Amara, con il vicepresidente del Csm Davide Ermini e, più nel dettaglio, con il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi cui però non consegna le carte. Ma c’è un dettaglio: nelle carte di Amara, si fa riferimento anche a Sebastiano Ardita, che insieme con Piercamillo Davigo ha fondato – per dirla con Augusto Minzolini – la “corrente più giacobina del sindacato togato”.

L’impiegata del Csm manda i verbali ai giornali. Che insabbiano

Le carte arrivano però anche ai giornali: a mandargliele è una funzionaria del Csm e assistente di Davigo, Marcella Contrafatto, vicina alla pensione. Ora è indagata dalla Procura di Roma (mentre a Perugia si indaga sulla presunta loggia Ungheria) e si è rifiutata di per ora di rispondere sul perché ha spedito quelle carte a Repubblica e al Fatto quotidiano. I quali insabbiano. Se – commenta ancora Minzolini – in quei verbali ci fossero stati i nomi di Berlusconi, Renzi o Salvini, avremmo avuto le prime pagine dei giornali e le conferenze stampa. Invece…

Il Quirinale irritato dalle rivelazioni

Intanto il vicepresidente del Csm Ermini dice che l’organo di autogoverno della magistratura è del tutto estraneo a questa a queste “manovre opache e destabilizzanti”. Il Quirinale non commenta anche se la sibillina frase di Davigo: “Ho informato chi di dovere” sembra tirare in ballo proprio il Colle più alto. Il fango sulla magistratura italiana ormai non si può più ignorare.

 

 

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