Crisanti insiste a gufare, confuta i dati e scredita le regioni: “Per andare in zona bianca fanno pochi test”

sabato 29 Maggio 17:58 - di Lara Rastellino
Crisanti dati falsi

Non c’è niente da fare. Crisanti non ci sta: e dopo aver infierito con fosche previsione nel dibattito sulle riaperture, ora il microbiologo di stanza a Padova se la prende con il sistema di tracciamento e i report delle regioni, responsabili a sua detta di interferire sui numeri del contagio. Una rivisitazione sospetta, a sua detta mirata a tornare il più presto possibile in zona bianca. E così, in un’intervista rilasciata al Messaggero, torna a tuonare e ipotizzare scenari foschi. «Bisogna far partire un tracciamento vero, ben organizzato. Il più vicino possibile a quello che fanno a Singapore o in Corea del Sud». Una dichiarazione che apre al dubbio sull’autorevolezza, o quanto meno sulla effettività attendibilità dei dati diffusi pubblicamente circa l’andamento della curva epidemiologica.

Crisanti e i dubbi sui dati delle Regioni

Un’argomentazione che sta già sollevando malumori e recriminazioni, quella dell’esperto, non a caso subito ripresa da siti e testate, per spiegare la quale Crisanti parte da un assunto meramente matematico. E così, per quanto riguarda la media dei nuovi contagi italiani su 100.000 abitanti, scesa sotto quota 50, rileva: «Non ci credo. Perché se davvero fosse così non avremo più di 100 decessi al giorno. E perché alcune Regioni per ottenere la fascia bianca fanno pochi test, giusto per far finta di cercare il virus». Una messa in discussione, quella di Crisanti, che infierisce sia sulla rilevazione dei dati (o meglio: sulle modalità di tracciamento). Sia sulla comunicazione ufficiale dei dati stessi.

Crisanti sui dati, la messa in discussione del tracciamento

E così, nell’intervista al quotidiano capitolino, Crisanti prima asserisce che: il tracciamento, adesso «ha più senso di prima perché così davvero possiamo mettere il Covid-19 nell’angolo». Poi però, sulla sua effettiva circolazione, lo scienziato prosegue: «Non credo che sparirà del tutto. Ma potrebbe essere ridotto ad una presenza sporadica come sta accadendo in Gran Bretagna dove hanno 2.000 casi e una decina di decessi al giorno. Ma – incalza a stretto giro l’esperto – dove fanno un milione di tamponi ogni 24 ore e hanno ripreso il tracciamento in modo che apprezzo molto. Ogni volta che un cittadino inglese entra in un luogo pubblico, ad esempio un cinema o un ristorante, deve comunicarlo a un’app: la loro Immuni. In questo modo il sistema sanitario inglese è in grado di stroncare tutti i focolai sul nascere». Dunque, sollecita Crisanti: «Ripeto, va comunicata la presenza in un luogo pubblico per via elettronica. Mentre noi lasciamo il nome e il cellulare dal barbiere su carta scritta».

La polemica sul mappamento a partire dai test rapidi

Ora, che il sistema di tracciamento da noi abbia fatto fatica a decollare non è una novità. E che la nostra app Immuni, tanto cara a Conte e Arcuri, si sia rivelata una fallimento totale, pure. Ma da questo a far discendere che il sistema di trattamento e la comunicazione dei suoi dati sia dovuto a una corsa delle Regioni per riappropriarsi di un passaporto bianco, prodromico a un ritorno alla normalità, il passo è lungo… Ma tant’è. E così lo scienziato che, lo ricordiamo, appartiene a quella cordata di esperti che tanto si sono battuti contro le riaperture del 26 aprile, conclude: «Dobbiamo tornare a puntare sul tampone molecolare che trova il virus nel 90%». Un gancio utile a tornare a ribadire una sua convinzione in materia di mappamento dei contagi: «Aver puntato su quelli rapidi è stato una sciagura, perché lasciano passare troppi contagiati. L’esperienza dei rapidi non ci lascia niente».

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