Cancel culture, lo scrittore Culicchia: non mi sento in colpa perché sono maschio, bianco, etero

giovedì 13 Maggio 11:32 - di Adele Sirocchi

Giuseppe Culicchia è uno scrittore che non ha paura di sfidare la religione conformista che induce a subire la cancel culture. Così, in una conversazione con Massimiliano Parente edita sul Giornale di oggi, ridicolizza le manie censorie che imperversano in area progressista.

Culicchia: la cancel culture è ridicola e pericolosa

«La cosiddetta cancel culture – afferma Culicchia – è ridicola e pericolosa. Ridicola perché non ha alcun senso mettere all’indice certi libri o film adducendo come motivazione la condotta sessuale o le idee in materia di diritti degli autori, o pretendere di emendare o vietare i classici perché non conformi allo Zeitgeist: accusare Le avventure di Huckleberry Finn o Cuore di tenebra di razzismo perché vi compare la parola negro o per come vi vengono descritte le popolazioni africane è addirittura surreale; Mark Twain si batté per l’abolizione della schiavitù, Conrad scrisse l’atto d’accusa più feroce contro il colonialismo. Pericolosa perché cancellare dal nostro passato le cose che non ci piacciono, anziché studiarle e formarsi un pensiero critico, significa semplicemente impedirsi di comprendere non solo la letteratura o il cinema, ma anche la Storia nella sua complessità».

Culicchia: se penso al femminismo mi viene in mente Leni Riefenstahl

Sul femminismo, Culicchia obietta che non si sente in colpa perché maschio, bianco, eterosessuale e osa inserire tra le femministe anche la cineasta Leni Riefenstahl, che filmò per Hitler il congresso di Norimberga del 1935 ma si oppose alle avances di Goebbles. Quindi paragona la censura del linguaggio, che vuole imporci un modo di parlare e di scrivere uniforme, al Ministero della Verità che in 1984 di Orwell è incaricato di redigere il dizionario della Neolingua. “Ma l’uso distorto delle parole parte da lontano e non riguarda solo le minoranze – avverte – si pensi al mondo del lavoro, in cui i licenziamenti sono diventati esuberi, o agli eufemismi usati al tempo del giornalismo di guerra embedded, in cui le vittime civili si sono trasformate in danni collaterali”.

Le polemiche sulla comicità e sul body shaming

“Per tornare all’ambito della comicità – aggiunge Culicchia con evidente riferimento alle polemiche su Pio e Amedeo – chiedere a un comico di seguire il manuale del politicamente corretto significa non solo spuntarne le armi ma impedirgli di fare il suo mestiere. E come sempre, in Italia esistono due pesi e due misure: oggi per esempio si condanna fermamente il body-shaming nel momento in cui è rivolto a una figura pubblica di sinistra, ma per vent’ anni il bersaglio è stata una di destra e nessuno ha fatto un plissé».

Avvilente parlare il 1° maggio di omotransfobia anziché dei giovani precari

Avvilente e emblematico, infine, il fatto che “il 1º Maggio si parli di omotransfobia anziché del dramma di un Paese che ha visto non solo la perdita di 900mila posti di lavoro ma anche l’azzeramento di ogni possibile progetto di futuro per intere generazioni che all’indomani dell’introduzione delle leggi sul precariato possono sperare al più in uno stage da 600 euro al mese, per tacere di chi si riduce a lavorare gratis pur di aggiungere una qualche esperienza al suo curriculum”.

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