Ricordo di Indro Montanelli. Quelle parole su Giorgio Almirante: “L’unico italiano che…”

giovedì 22 Aprile 17:01 - di Massimo Pedroni

“Se ne è andato l’unico italiano a cui si poteva stringere la mano senza paura di sporcarsi”. Questa affermazione fu espressa da Indro Montanelli, quando il Segretario del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante,  venne a mancare nel Maggio del 1988. Montanelli, giornalista principe del panorama della carta stampata nazionale, dal primo dopoguerra in poi aveva sempre assunto posizione chiare, nette. Ostiche da digerire, per i paludosi conformisti sempre in allerta nel cercare di schierarsi nelle situazioni più vantaggiose. Nato a Fucecchio, provincia di Firenze il 22 aprile 1909. Indro, nome che alcuni dicono sia la contrazione della parola cilindro. Leggenda metropolitana nella quale è rimasto abbindolato anche Umberto Eco. Ancor più curioso il quarto nome Schizogene, affibbiato dal padre Sestilio, in dispetto alla moglie e alla suocera. Nome di origine greca dall’approssimativo significato di seminatore di zizzania. Non pensiamo questo, anche perché ci appare riduttivo per la complessità del personaggio.

Montanelli: “Io mi considero un condannato al giornalismo”

Apparteneva, senz’altro, a pieno titolo, al lignaggio dei “maledetti toscani”, come direbbe Curzio Malaparte. Di quelli che “non se la bevono” a costo di diventare polemici fino alla provocazione per amore di verità. Su questa falsariga, il nativo di Fucecchio, sviluppò la sua vita. Personale e professionale.   “Io mi considero un condannato al giornalismo perché non avrei saputo fare nient’altro”. Dichiarazione nella quale quanto meno si sottovalutava, considerando la sua attività da Storico nella quale una delle sue opere “Storia d’Italia” raggiunse la tiratura di più di un milione di copie, cifra record per il settore della narrativa storiografica.

La maestria dell’Indro nazionale, s’impose anche nella   scrittura drammaturgica  in quella occasione spiccò con il testo “I sogni muoiono all’alba”. Elaborazione di una sua testimonianza, come inviato del “Corriere della Sera” su l’invasione dell’Ungheria effettuata ad opera dell’esercito Sovietico nel 1956. Drammatica vicenda che ebbe fortissime ripercussioni in tutto il mondo e ovviamente anche in Italia. Molti furono coloro i quali a causa di ciò, in casa nostra, e in altre Nazioni dell’Occidente abbandonarono il Partito Comunista di riferimento. I “fatti”, accaduti a Budapest avevano evidenziato la strutturale inconciliabilità tra Comunismo e Libertà. Dopo l’allestimento teatrale, l’opera diventò film di successo nel 1961. Per l’interpretazione in quella pellicola, alla splendida Lea Massari venne assegnato il David di Donatello.

Durante il Fascismo

Montanelli, si formò professionalmente e politicamente durante il Fascismo. Regime del quale frequentò i personaggi tra i più eretici a cominciare da Berto Ricci e il suo Universale, periodico che verrà soppresso nel 1935, e che aveva ospitato alcuni suoi scritti. L’”eretico Ricci” partì Volontario per la Guerra e perirà sul fronte africano nel 1941. Montanelli, come lettore seguiva con incuriosito interesse “L’Italiano” di Leo Longanesi. Personaggio di grande spessore e rilevanza. Fascista della “prima ora”, al quale viene attribuito il conio del motto” Il Duce ha sempre ragione”, Longanesi vivrà un rapporto complesso e contrastato con il Regime. Sempre sul filo dell’assunzione della presa di posizioni troppo azzardate. Il periodico da lui fondato nel 1937 “Omnibus” fu chiuso d’autorità, nel 1939 per il    mancato allineamento della rivista. Ovviamente Montanelli non poteva farsi sfuggire, l’occasione presentata dalla pubblicazione di Longanesi, per unire la sua firma, a quel veliero di carta stampata che sarà modello di tutti i rotocalchi seguenti, che già si trovava nel mirino della censura. Longanesi e Montanelli, diventarono amici.

Il rapporto con Longanesi

Avevano entrambi caratteri “difficili”, come si diceva un tempo. La litigiosità che spesso si accendeva tra loro, non faceva velo però al riconoscimento del grande reciproco valore. Montanelli riconobbe più volte pubblicamente, che Leo Longanesi fu il suo grande Maestro di giornalismo. Per dati anagrafici, il collaboratore di “Omnibus”, galoppò, tra le tragiche contraddizioni del secolo appena trascorso. Come volontario nella Guerra d’Etiopia, e corrispondente di Guerra da vari fronti ad esempio quello finlandese, dal quale ebbe modo di verificarle tutte e di sottoporle all’attenzione dei lettori con quel tratto di scrittura limpida e corrosiva che gli era propria.  Il comportamento di fiera resistenza del popolo finlandese opposta all’esercito Sovietico, che tentava di sottometterli, fu testimoniato magistralmente dall’inviato. Da qualunque contesto, nel riportare le cronache dei fatti, manteneva un’ampia visione delle circostanze. Dandone letture, approfondite, talvolta spiazzanti, sicuramente controcorrente.

Montanelli e i resoconti di guerra

I resoconti di Montanelli dalla narrazione dell’’eroismo del popolo del paese scandinavo, a fronte dell’invasione sovietica, a tutti quelli degli altri scenari rimangono testimonianze di primaria importanza. Seguendo per “Il Messaggero”, la Guerra di Spagna e nello specifico la battaglia di Santander, che vide prevalere le armi Italiane, per alcuni passaggi dei suoi articoli non graditi, fu privato della tessera del Partito Nazionale Fascista e fu radiato dall’Albo dei Giornalisti.  Tra le altre cose che gli vennero addebitate quella di simpatizzare per gli anarchici spagnoli. Dopo varie peripezie, inerenti al periodo della seconda Guerra Mondiale, tra esse ricordiamo l’abbandono del Fascismo e la conseguente adesione al gruppo clandestino di Giustizia e Libertà.

Scoperto, e catturato dai tedeschi già condannato per essere messo al Muro, fu salvato in extremis dal Cardinale di Milano, Cardinale Schuster. Esordì nel dopoguerra votando Monarchia al referendum. La sua sarà per quarant’anni la firma di punta del quotidiano di Via Solferino. Costantemente, i suoi scritti erano impregnati del pensiero liberale e conservatore. Cercava una Destra possibile, con quelle caratteristiche. Non la individuò, tanto che pur di arginare l’avanzata che sembrava inesorabile dei Comunisti in Italia, esortò i suoi lettori a votare Democrazia Cristiana “turandosi il naso”. Frase rimasta celebre.

Nel mirino delle Brigate Rosse

Pagò la sua integrità, di onestà intellettuale venendo “gambizzato”, ossia gli spararono alle gambe, il disgustoso neologismo apparteneva a quegli anni, dalle Brigate Rosse, in quanto Direttore del quotidiano da lui fondato “Il Giornale nuovo”. Era il 1977, la cosa che ai giorni nostri appare incredibile che “Il Corriere”, quanto “La Stampa”, giornale quest’ultimo con il quale aveva collaborato dopo la fuori uscita dal “Corriere”, non condividendone la linea troppo spostata a sinistra. Le testate citate, di fronte all’attentato riuscirono con malefica maestria, a dare la notizia senza citare con il dovuto risalto il nome di Montanelli. Neanche quando non condivise più alcune scelte di Silvio Berlusconi, dando vita alla testata “La Voce”, di prezzoliniana memoria, giornale apertamente avverso al berlusconismo declinato in qualsiasi modalità venne meno il suo storico anticomunismo.

Il monito ai giovani

Ci lascia nel luglio del 2001. Fra i tanti preziosi insegnamenti ne riportiamo uno rivolto ai giovani “L’unico consiglio che mi sento di dare – e che regolarmente do – ai giovani è questo: combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quello che s’ingaggia ogni mattina davanti allo specchio”. Non c’è che da farne tesoro. Giovani e meno giovani.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *