Leo Longanesi, quel geniaccio amico di Mussolini che Montanelli definì “l’ultimo grande maestro”

mercoledì 7 Ottobre 9:00 - di Massimo Pedroni
Longanesi

“Mussolini ha sempre ragione” motto declinato anche in “Il Duce ha sempre ragione”. La paternità, di questa perentoria affermazione, ottima da utilizzare in campagne propagandistiche dell’epoca, è attribuita a quel “geniaccio” di Leo Longanesi. Qualcuno in essa leggerà un velo di quasi impalpabile ironia. Di una versatilità dirompente Longanesi, espresse il suo talento applicandolo alla scrittura, come alla pittura o alla grafica pubblicitaria.

Longanesi e l’abbraccio ai futuristi

Di significativa rilevanza, rimane  l’attività che dispiegò nel campo editoriale.  Nacque da una agiata famiglia romagnola il 30 agosto 1905 a Bagnacavallo. Pochi anni dopo la famiglia Longanesi si trasferirà a Bologna. Esperienza che resterà indelebile nel giovane Leo (diminutivo di Leopoldo). Nel capoluogo emiliano, mostrerà i suoi  precoci interessi e capacità, per l’Arte e l’impegno politico. Il poco più che ragazzo  cominciava ad abbracciare stili comportamentali e artistici dei Futuristi. Seguendo i rivoluzionari codici espressivi, creati da quel Movimento, espose suoi quadri all’Esposizione Annuale di Belle Arti di Bologna del 1923. Della città felsinea, nella quale aveva lasciato il cuore dirà: «A Bologna tutto è lecito, tutto è consentito a condizione che ci si muova sul piano del’intelligenza».

Nel campo del giornalismo e dell’editoria

Questo era il suo territorio.  In esso, il giovane Leo di belle speranze, ci si muoveva con estrema disinvoltura. Anche grazie a questo, riuscì agevolmente a introdursi negli ambienti colti della Bologna di quel periodo. Il pittore Giorgio Morandi, fu un suo grande amico, ad esempio. Ma fu in un periodo trascorso a Roma nel 1924, che ebbe modo di conoscere autori quali Riccardo Bacchelli, Vincenzo Cardarelli, Emilio Cecchi. La vita di Longanesi, è contrassegnata dal’irrequietezza, da un desiderio quasi insaziabile di rendere vivi e tangibili i suoi sogni. Uno dei vari settori, ove riuscì a dare coronamento a queste aspirazioni fu il campo del giornalismo e  quello dell’editoria. Aree culturali nelle quali portò innovazioni tali, che più di un osservatore fa risalire alla rivista da lui fondata, Omnibus le origini del rotocalco d’informazione.

Il Vademecum del fascista perfetto

L’attività, e la vita stessa di Longanesi, è articolata in due fasi distinte. La prima da ventenne, convinto fascista per di più con quel bizzoso sangue romagnolo che gli scorre nelle vene, che lo porta a tenere comportamenti quantomeno censurabili.  Famosa la vicenda dello schiaffo a Toscanini, nella quale a detta di molti sarebbe stato coinvolto. Nonostante, plateali gesti di adesione al Regime, con esso terrà rapporti di una certa ambiguità, basti pensare alla sua opera prima, Vademecum del fascista perfetto. Libro che incontrò un vastissimo favore di pubblico.  In esso, sapientemente gestito, affiorava, qualche “ciuffo” di quello che in seguito sarà compiutamente definito come “frondismo”. Ossia un’adesione critica, nutrita da acume ed ironia, nei confronti di alcuni aspetti del Fascismo.

Longanesi, dall’amicizia con Mussolini al “Borghese”

Era amico personale di Mussolini, e di molti gerarchi a cominciare dal bolognese Arpinati. L’entrata in Guerra nel 1940, porterà Longanesi su posizioni sempre più distanti,nei confronti del Regime. Nel dopoguerra, ritroviamo un uomo e un giornalista profondamente cambiato. Disilluso, amareggiato, con un linguaggio sempre scintillante, ma forse meno impetuoso e più riflessivo. Era rimasto fortemente impressionato, e disgustato dalle nutrite schiere di “voltagabbana” d’occasione. In quegli anni, come designer, condusse campagne pubblicitarie che rimarranno storiche nella memoria collettiva nazionale: Vespa, Fiat, Cinzano,Durbans, Cynar, sono solo alcune di esse. Da giornalista e editore diresse più di una decina di riviste da Omnibus al Borghese.

La sua creatura più longeva

Quest’ultima, la sua creatura più longeva. Tra alterne vicende quest’anno, “Il Borghese”, precisamente il 15 marzo 2020 ha compiuto settantenni dall’uscita del primo numero.  Periodico nato nel dopoguerra, immediatamente diventò “casa” dell’opinione pubblica, del variegato universo della destra italiana. Celebri per audacia e per anticonformismo, rispetto al clima “bacchettone” di un Italia del “si fa ma non si dice”, gli inserti fotografici del periodico. Figuravano fanciulle in versioni, misuratamente discinte e accattivanti. Piccola digressione personale, puntualmente la pubblicazione arrivava in casa.  Essendo all’epoca poco più che adolescente, non ero ancora pronto per confrontarmi con i profili politici della medesima, ma certo quelle immagini, attiravano le mie acerbe curiosità verso “l’altra metà del cielo”.

I libri e la capacità di scovare talenti

Un altro dei mille aspetti di questo instancabile promotore culturale, fu quello nel campo della editoria dei libri. Fondò “La Longanesi”. Con essa, individuò, protesse e pubblicò opere di autori al momento completamente sconosciuti, quali il Giuseppe Berto di  “Il cielo è rosso”, o l’Ennio Flaiano di “Tempo d’uccidere”. Libro quest’ultimo, che si aggiudicò la vittoria della prima edizione del Premio Strega. Sempre Longanesi come direttore di una  Collana della casa editrice Rizzoli, nel 1940 pubblicò il capolavoro di Dino Buzzati “Il deserto dei Tartari”.  La capacità di riuscire a trovare, scovare,  veri talenti come nei casi appena citati era un’altra delle prerogative dell’intellettuale romagnolo. “L’Arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati”. Intagliati negli scalmi della sua scialuppa di resistenza ai”Superficiali si ma di buona famiglia”, remando controcorrente con i suoi aforismi, faceva vacillare  le retoriche e conformismi di largo consumo. Erano “bubboni” costantemente nell’occhio del suo mirino.

Longanesi e il ricordo di Montanelli

La sua fu una esistenza breve, intensa. Di quelle che lasciano il segno.  A causa di un fulmineo attacco cardiaco, il 27 settembre del 1957 ci lascerà. Indro Montanelli, il quale gli aveva dedicato una biografia, di lui dirà: “ Grande editore e memorialista epigrammatico, con un carattere insopportabile, cattivo, ingiusto, ingrato. Ma un grande Maestro. L’ultimo”.

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