Pd, il dopo-Zingaretti è una guerra per bande. Rispuntano i nomi della Finocchiaro e di Fassino

sabato 6 Marzo 8:49 - di Michele Pezza
Finocchiaro

Impazza ormai il toto-nomi. Indizio, l’ennesimo, della confusione che si è impadronita del Pd orfano di Nicola Zingaretti. E il 13 marzo, data che (salvo improbabili rinvii) vedrà la celebrazione dell’Assemblea nazionale. Chi sperava che quella di Zingaretti fossero dimissioni rassegnate al solo scopo di esservi (re)incoronato per acclamazione ha sbagliato i suoi conti. Il segretario è irremovibile. Il Pd, al contrario, oscilla pericolosamente  spinto dall’urgenza di trovare un reggente in grado di accompagnare il partito fino al vero congresso, previsto nei primi mesi del ’22. Tanti i nomi in circolazione. Almeno uno per corrente. Cui vanno aggiungersi altri che sembrano autentici ripescaggi da un lontanissimo passato. Come quello di Anna Finocchiaro, già parlamentare di lunghissimo corso, ma da tempo fuori dai giochi.

Oltre alla Finocchiaro, c’è anche il nome di Fassino

Non sarebbe proprio un esempio di rinnovamento, ma almeno segnerebbe alla infuocatissima e sotterranea guerra tra le correnti. Ugualmente stagionato è il nome di Piero Fassino. Più d’una voce lo indica reggente. È politicamente vecchio quanto la Finocchiaro, se non di più. Ma è ancora in Parlamento. Alla sua stessa corrente interna, ma meno usurata dal tempo, è Roberta Pinotti. L’ex-ministro della Difesa è tra i nomi più accreditati per sostituire Zingaretti. Non foss’altro perché donna, la qual cosa in un partito ancora ferito dall’avere spedito al governo una delegazione di soli maschi ha la sua importanza. La lista degli aspiranti reggenti è ancora lunga.

Il caos delle correnti

Chi ambisce è Andrea Orlando. Ma la sua condizione di attuale ministro del Lavoro lo limita molto rispetto agli altri. Può scaldare i muscoli in vista dell’appuntamento del prossimo anno, ma non di più. Resta, infine, la schiera degli amministratori locali stretti intorno all’asse Bonaccini-Nardella. C’è pero un “ma” grosso quanto una casa: sia il governatore emiliano sia il sindaco di Firenze sono indiziati di renzismo. È proprio ad alcune sortite del primo che Zingaretti imputa il sabotaggio della sua mediazione interna rispetto al tema dell’alleanza con i 5Stelle. In un clima di sospetti così arroventato il ricorso alla Finocchiaro appare tutt’altro che improbabile. A volte ritornano. Anche per rimediare all’incapacità di chi era rimasto.

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