Corruzione, 6 anni a Corrado Clini, ex-ministro del governo Monti, per i soldi all’Iraq

venerdì 26 Marzo 19:35 - di Redazione

L’ex-ministro dell’Ambiente del governo Monti, Corrado Clini, già direttore generale del dicastero, è stato condannato a 6 anni di carcere – la Procura ne aveva chiesto 4 e mezzo – dai giudici del Tribunale di Roma con l’accusa di corruzione aggravata dalla circostanza della transnazionalità per una maxi-tangenti che avrebbe incassato da alcuni imprenditori ai quali erano stati destinati finanziamenti pubblici nell’ambito di alcuni progetti in Iraq.

Assieme a Clini, i giudici della Seconda sezione penale hanno condannato a sei anni anche l’imprenditore Augusto Calore Pretner.

La vicenda è relativa ad un finanziamento di 54 milioni di euro che, fra il 2010 e il 2011, il dicastero dell’Ambiente destinò alla realizzazione di un progetto denominato ‘New Eden e successivamente ‘Nature Iraq‘ iniziativa gestita dalla società Ong Iraq Foundation e che prevedeva la riqualificazione del terreno iracheno.

Secondo quanto è emerso dall‘inchiesta romana, parte dei finanziamenti pubblici erogati a ‘Nature Iraq‘ sarebbero stati distratti e, in parte, illegittimamente, finiti a Clini.

E dopo che la ‘Nature Iraq’ aveva ricevuto le somme da parte dell’autorità italiana in esecuzione del finanziamento fu creata, secondo l’accusa formulata dai pm romani, una provvista di 3 milioni e 170mila euro. Una parte dei fondi sarebbe finita a Clini.

“Sono stato condannato dopo 8 anni in assenza di prove – afferma Clini, difeso dall’avvocato Attilio Soriano – e delle indagini che avevo chiesto sul mio lavoro in Iraq. Un rapporto di sintesi sul mio lavoro e sui riconoscimenti internazionali, a partire dalle Nazioni Unite e da Unesco e fino al premio di Barack Obama, è sul sito www.corradoclini.com. Ricorrerò, ovviamente, in appello”.

La vicenda era partita, inizialmente, nell’ottobre del 2013, dalla Procura di Ferrara che aveva ascoltato Clini sulla questione del progetto in Iraq.

Sette mesi dopo Clini era finito agli arresti. E, una volta scarcerato, era entrata una gioco la Procura di Roma. Che gli aveva contestato addirittura l’associazione a delinquere.

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