Battista: il nuovo oscurantismo della cancel culture è come il fanatismo maoista

sabato 20 Marzo 13:14 - di Redazione
Battista

Pierluigi Battista, già vicedirettore del Corriere della Sera dopo esserlo stato di Panorama, oggi firma la rubrica «Uscita di sicurezza» su Huffington Post. Parla del politicamente corretto in una lunga intervista a la Verità. Un tema che gli sta molto a cuore e al quale ha dedicato un titolo, Libri al rogo, per denunciare la nuova cultura dell’intolleranza.

La sfida al conformisticamente corretto con il libro “Mio padre era fascista”

Con un altro libro Battista aveva sfidato il conformismo mainstream. Aveva raccontato in Mio padre era fascista l’amore per l’Italia e la dirittura morale di suo padre Vittorio, un “fascistone” che poi divenne convinto missino. Questo per dire che Battista non è uno che ha timore di dire come la pensa. E neanche di essere accostato alla destra quando dichiara che “dal 2011, quando Mario Monti ha sostituito Silvio Berlusconi, son 10 anni che i governi non corrispondono alla volontà degli elettori. I nostri giornali sono succubi di questa situazione”.

La sinistra divide il mondo in due: i buoni, loro, e i cattivi di destra

La politica lo annoia, o meglio non lo interessa più, pur dopo avere sperimentato gli anni Settanta del “tutto è politica”. «Ho smesso di fumare e di votare», dice nell’intervista. Eppure non tace sul manicheismo della sinistra: «A sinistra si pensa che la politica determini l’antropologia. Esistono due categorie di italiani: quelli di sinistra, buoni, generosi, che non parcheggiano in seconda fila, pagano le tasse e leggono i libri, e quelli di destra, populisti, prepotenti, ignoranti, evasori e che non rispettano le regole».

Impietoso giudizio su Conte e Casalino

Battista dunque la politica continua a osservarla, e su Conte e il suo apparato propagandistico dà un giudizio impietoso. Quella di Conte – afferma – «non era ipercomunicazione, ma ufficio propaganda che con la pandemia è diventato Istituto Luce Casalino. Detto questo penso che, con la comunità provata dalla paura, serva una comunicazione istituzionale che dia certezze».

La distinzione tra politicamente corretto e “cancel culture”

Quindi introduce una importante distinzione tra il politicamente corretto e la cancel culture. «Con la cancel culture – afferma Battista -c’è stato un salto di qualità. Il piagnisteo, molto molesto, non era arrivato ad abbattere le statue, a cancellare Shakespeare nelle università e Egon Schiele nei musei. Nel cinema western i buoni erano i cowboy, poi arrivò Soldato blu a mostrarci che i pellerossa erano un popolo. Quello era il politicamente corretto. La cancel culture vuole che i western siano eliminati dalle cineteche. Come pure Peter Pan e Dumbo, ci rendiamo conto? È fanatismo maoista che abbatte ciò che non si conforma. È un nuovo oscurantismo che, sbagliando, abbiamo preso per una bizzarria».Invece «favorisce un nuovo conformismo perché intimidisce. Nessuno vuol passare per sessista o razzista. Nel libro di Guia Soncini L’era della suscettibilità c’è un capitolo intitolato “Pensa oggi”. Pensa cosa accadrebbe se Lucio Dalla scrivesse oggi 4 marzo 1943, se qualcuno facesse un apprezzamento sulla minigonna di Alba Parietti, se Vasco Rossi scrivesse Colpa d’Alfredo: “È andata a casa con il negro, la troia”. Non si tratta di elogiare la parola offensiva, è un diritto non essere insultati, ma deve valere per tutti».

L’intolleranza colpisce anche il linguaggio

Invece?«L’indignazione si ferma quando viene colpito l’avversario. Si dà del nano a Renato Brunetta o dello psiconano a Berlusconi. Non registro crociate contro le frequenti offese a Giorgia Meloni».Ingabbia anche il linguaggio?«Parlare di normalità è proibito perché stabilisce il primato della norma sull’anomalo e offende chi non rientra nei canoni. Siamo nel regno della stupidità universale. A confronto, Robespierre aveva una sua grandezza. Come diceva Carlo Marx, la storia da tragedia si trasforma in farsa». E anche il linguaggio subisce la noelingua dell’intolleranza. L’ultimo episodio: i Maneskin costretti a cambiare il testo della loro canzone Zitti e buoni per l’Eurovision.

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