Gli inglesi vogliono produrre in laboratorio il tartufo bianco. Necessaria la tracciabilità

venerdì 19 Febbraio 20:27 - di Redazione

Con la Brexit gli inglesi hanno iniziato a copiare in laboratorio il pregiato Tartufo Bianco. Che potrebbe presto sostituire sulle tavole britanniche quello italiano, che al contrario cresce spontaneamente. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare l’annuncio che il pregiato Tuber magnatum pico potrebbe essere prodotto in Gran Bretagna.

E ciò grazie alla scoperta degli scienziati dell’Istituto nazionale francese (Inrae) che nei propri laboratori avrebbero affinato l’arte di coltivarlo. I funzionari hanno detto – spiega Coldiretti – che un lotto di alberelli di quercia di tartufo bianco è stato già portato nel Regno Unito. Nel tentativo di avviarne la produzione.

Il tartufo bianco finora poteva essere solo trovato in natura

Una novità che desta preoccupazione, rileva la Coldiretti, poiché il tartufo bianco è quello che finora poteva essere solo trovato in natura. Raccolto esclusivamente in ambiente boschivo in Italia ed in alcuni paesi dei Balcani. E’ auspicabile che i tuberi “copiati” e prodotti negli impianti abbiano comunque una etichettatura apposita, per evitare di ingannare i consumatori. E per evitare di aumentare i rischi della vendita sul mercato di importazioni low cost spacciate per italiane. Magari come il pregiato tartufo bianco tricolore.

Coldiretti: tracciabilità del prodotto e indicazione dell’origine

Un fenomeno contro il quale non a caso la Coldiretti è impegnata a chiedere la tracciabilità delle transazioni e l’indicazione obbligatoria dell’origine. In gioco c’è un business – ricorda la Coldiretti – stimato in oltre mezzo miliardo di euro sull’intera Penisola, con prezzi per il tartufo bianco che quest ‘anno sono arrivate fino a 3mila euro al chilogrammo per le pezzature piu’ piccole.

Finora i danni alla filiera li ha causati il Covid con la chiusura dei ristoranti

In attesa di capire se i tentativi inglesi di produrre il pregiato tubero andranno a buon fine, i problemi più immediati per la filiera del tartufo italiano restano però quelli legati all’emergenza Covid, con la chiusura del canale della ristorazione che rappresenta di fatto il principale sbocco di mercato, con la conseguente paralisi delle vendite. Ma a pesare sono state anche le limitazioni imposte dalle misure di prevenzione che hanno – continua Coldiretti – ostacolato l’organizzazione delle tradizionali mostre, sagre e manifestazioni dedicate al tartufo.

Un danno gravissimo, considerata anche la deperibilità del prodotto fresco, che colpisce i circa 100.000 raccoglitori ufficiali presenti sul territorio nazionale, dal Piemonte alle Marche, dalla Toscana all’Umbria, dall’Abruzzo al Molise, ma anche nel Lazio e in Calabria.

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