Covid, ora spunta la variante messicana collegata all’ 80% dei casi. Imperversa già in Usa e Canada

venerdì 26 Febbraio 16:46 - di Martino Della Costa
Nuova variante Covid in Messico

Covid, dopo quella inglese, brasiliana e sudafricana, ora spunta la nuova variante messicana. Collegata all’ 80% dei casi registrati nel Paese. Una nuova mutazione del virus che imperverserebbe già negli Stati Uniti e in Canada. A riferirlo è il capo dell’Unità di sviluppo tecnologico e ricerca molecolare dell’Istituto per la diagnosi e la referenza epidemiologica (Indre) del Messico, José Ernesto Ramírez González. Il quale, lanciando l’allarme, ha anche spiegato in dichiarazioni rilasciate al quotidiano El Universal, che la nuova variante, identificata come B.1.1.222, presenta due importanti “mutazioni” che potrebbero rendere il virus «più trasmissibile». Tanto da aumentare notevolmente «la diffusione. Così che ora l’80% dei casi presenta questa mutazione».

Covid, spunta anche una variante messicana del virus

Gonzalez ha tuttavia chiarito che la variante «non è da considerarsi messicana. E non è corretto nemmeno nominarla variante brasiliana, perché non circola solo nei nostri paesi. Il ceppo con questa mutazione è stato registrato infatti anche in Canada e negli Stati Uniti, ad esempio». Inoltre, ricostruendo tracciabilità e tempi della nuova mutazione, l’esperto ha rivelato che i primi casi con questa variante sono stati registrati a partire da ottobre 2020. «Ma – ha quindi chiuso il cerchio González – è successo come nel Regno Unito. In Brasile e in Sud Africa: lo segnaliamo ora perché solo adesso stiamo osservando un rapido aumento nel numero delle infezioni». Numeri dei contagi in aumento che segnalano, appunto, una nuova mutazione del virus: più veloce. Contagiosa e trasmissibile.

Una mutazione simile a quella brasiliana e inglese ma…

Dunque, dopo quella inglese. La sudafricana e la variante brasiliana, ecco spuntare la variante messicana (o che dir si voglia, comunque rilevata in Messico). Una mutazione del virus identificata già a inizio febbraio dai ricercatori del Laboratorio per la diagnosi delle malattie emergenti (LaDEER) dell‘Università di Guadalajara  nei campioni di quattro persone residenti nella zona di Jalisco. Come riportava nei giorni scorsi, tea gli altri, anche il sito de Il Giorno, infatti, Natali Vega, capo del laboratorio, ha sottolineato che «queste variazioni potrebbero essere indicatori di una nuova variante messicana. O che il virus potrebbe aver colpito i processi che danno immunità a una persona dopo aver superato l’infezione».

Ecco perché è più “trasmissibile”

Ossia, ha spiegato l’esperto illustrando la nuova rilevazione della ricerca, se «sono già stato infettato e ho sviluppato l’immunità, teoricamente dovrei essere protetto in caso entrassi in contatto con il virus di nuovo. Ma davanti a questa mutazione, è probabile che l’immunità raggiunta non mi protegga più». Ecco perché risulterebbe più trasmissibile e contagiosa. Per delimitare il campo delle ipotesi, comunque, sono alacremente in corso ulteriori analisi e indagini...

 

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