Blitz contro Cosa nostra e Stidda: 23 arresti. “Trovato un pizzino di Messina Denaro, è ancora il Capo”

martedì 2 Febbraio 8:50 - di Carlo Marini
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Blitz antimafia dei carabinieri del Ros che hanno arrestato 23 persone affiliate a Cosa nostra e Stidda. L’Operazione Xydi, coordinata dalla Procura di Palermo, ha toccato le province di Agrigento, Trapani, Caltanissetta e Palermo.  Tra i fermati ci sono sei capimafia, tre capi della Stidda, un ispettore e un assistente capo della polizia. E ci sono pure poliziotti penitenziari sotto inchiesta. Torna in carcere anche Angelo Gallea, il mandante dell’omicidio del giudice Livatino. Aveva lasciato il carcere il 21 gennaio 2015, dopo aver scontato 25 anni. Era ritenuto un detenuto modello.

Cosa nostra e Stidda: arrestati due poliziotti e un avvocato boss

L’Operazione Xydi si è svolta col supporto in fase esecutiva dei carabinieri dei Comandi provinciali di Agrigento, Trapani, del XII Reggimento “Sicilia”. Nonché dello squadrone eliportato cacciatori “Sicilia” e del 9° nucleo elicotteri. I 23 indagati devono rispondere, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso (Cosa nostra e Stidda), concorso esterno in associazione mafiosa, favoreggiamento personale, tentata estorsione ed altri reati aggravati. In quanto commessi al fine di agevolare le attività delle associazioni mafiose indagate. I decreti di fermo sono stati emessi dalla Procura della Repubblica – Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

Il pizzino di Messina Denaro

L’indagine colpisce le famiglie mafiose agrigentine e trapanesi ed è coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Paolo Guido e dai pm Gery Ferrara, Claudio Camilleri e Gianluca De Leo. Secondo le indagini dei carabinieri i boss riuscivano a comunicare dal 41 bis colabrodo tra di loro. I carabinieri hanno rinvenuto anche un pizzino firmato da Matteo Messina Denaro. I summit mafiosi si svolgevano nello studio di una nota penalista agrigentina, Angela Porcello (difensore di Giuseppe Falsone e di atri tre capimafia al 41 bis).

L’assassino di Livatino era tornato operativo

Sono stati documentati nello studio incontri fra i boss di Canicattì, Ravanusa e Favara, alcuni stiddari e un palermitano, fedelissimo di Bernardo Provenzano. Secondo la Procura, l’avvocato “aveva deciso di dismettere la toga e indossare i panni della sodale mafiosa, assurgendo pian piano addirittura al ruolo di vera e propria organizzatrice del mandamento mafioso di Canicattì’.  Nel corso dell”indagine è infine emerso che Matteo Messina Denaro, il capomafia trapanese latitante da 28 anni, è ancora riconosciuto come l’unico boss cui spettano le decisioni su investiture o destituzioni dei vertici di Cosa nostra.

 

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