“Non averli autorizzati prima è criminale”: la rabbia della Maglie sugli anticorpi monoclonali

giovedì 4 Febbraio 16:31 - di Natalia Delfino
anticorpi monoclonali maglie

All’indomani del via libera dell’Aifa, mentre si attende con fiducia il parere del ministero della Salute, la comunità scientifica e la politica esprimono la propria soddisfazione per il fatto che finalmente anche gli anticorpi monoclonali si potranno usare nella lotta al Covid. Le strade per uscirne più rapidamente, infatti, ora sono due: prevenzione con i vaccini; cura con questi particolari anticorpi prodotti in laboratorio, e per altro in un laboratorio italiano. In questo contesto, però, c’è anche chi, come il sottosegretario Pierpaolo Sileri e il presidente dell’Aifa Giorgio Palù, si rammaricano per il ritardo nella loro messa in campo. E c’è chi, come Maria Giovanna Maglie, si spinge a un vero e proprio atto d’accusa.

La rabbia della Maglie sugli anticorpi monoclonali

“Capite ora che non aver autorizzato una terapia come questa prodotta in Italia è da criminali?”, ha scritto la Maglie sul suo profilo Twitter, rilanciando un articolo di leggo ripreso da Dagospia, che riporta la testimonianza di Claudia Disi, la prima italiana curata allo Spallanzani con gli anticorpi monoclonali. “È bastata una flebo”, ha raccontato l’ex paziente, riferendo anche di non aver subito nessuno di quegli strascichi, spesso molto pesanti, che altri guariti si sono portati dietro dopo la malattia.

Affetta da sclerosi, 54 anni: chi è la prima paziente salvata

Claudia ha 54 anni ed immunodepressa a causa dei farmici che deve prendere: è affetta da sclerosi multipla. Ha ricevuto il cocktail di anticorpi monoclonali Regeneron, lo stesso di Trump, quello di Regeneron. Era il giorno di Natale. La ripresa è stata immediata e, dopo una settimana di monitoraggio precauzionale, a Capodanno era già a casa con la sua famiglia. Per questo ha voluto ringraziare con una lettera tutti i medici e gli operatori sanitari “straordinari” che si sono presa cura di lei, dopo che, con una febbre a 39,5 che non accennava a scendere, è stata costretta al ricovero in ospedale.

A Claudia gli anticorpi monoclonali arrivati dagli Usa

All’inizio i medici non riuscivano ad abbassare la temperatura, benché il tampone risultasse negativo. Poi la scoperta: il virus era ancora lì, annidato nei polmoni. È stato allora che hanno deciso di somministrarle gli anticorpi monoclonali. Però c’era un problema: in Italia il farmaco non era ancora autorizzato e i medici si sono dovuti rivolgere ai produttori americani per ottenere una “fornitura compassionevole”. Arrivato il farmaco, per tirare Claudia fuori dall’incubo sono bastate due ore: il tempo della flebo. “Tutto è successo il 24 dicembre, per me è stato un regalo di Natale. Ho dovuto firmare una liberatoria, perché si trattava di un farmaco sperimentale, ma non ho avuto dubbi. E non ho avuto paura”, ha raccontato la donna.

 

 

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