Fico, da leader dei centri sociali ad inviato del Quirinale: ecco come l’incendiario è diventato pompiere

sabato 30 Gennaio 10:19 - di Carlo Marini

Roberto Fico, l’ex ragazzo dei Centri sociali che votava Rifondazione comunista, in queste ore riveste un ruolo cruciale per le sorti della Repubblica. La singolare parabola del presidente della Camera è tutta nel ritratto al vetriolo di Pasquale Napolitano sul Giornale.

Chi è Roberto Fico, il ragazzo dei centri sociali napoletani

La traiettoria di Fico, dai centri sociali a Palazzo Chigi, “è il segno dei tempi. Ma anche la prova vivente che nella vita si può cambiare. Soprattutto se il merito di una trasformazione tanto radicale, quanto rapida, come nel caso di Fico, porta al Quirinale. Conduce al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato ha trasformato in 33 mesi di legislatura uno scalmanato parlamentare grillino in uno statista”. Il classico apologo dell’incendiario che diventa pompiere. “Era stato eletto per distruggere tutto. Ora è chiamato a ricostruire. È la sua grande occasione”.

Ha mollato Grillo per seguire i consigli di Mattarella

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il diciottenne Fico votava Rifondazione comunista e tifava Bassolino. “Il passato del presidente Fico fa rabbrividire. Prima della militanza grillina, Fico calca le stanze dei centri sociali partenopei. Vicino all’ambientalismo di sinistra, il numero uno di Montecitorio si muove tra piazza Bellini e piazza del Gesù: un covo di estremisti e sinistra rivoluzionaria.  Sono passati ormai vent’anni da quando si era candidato sindaco del M5s a Napoli. Prese l’1,5% dei voti.

“È il 24 marzo 2018 quando quel ragazzotto con barba incolta, jeans e zainetto che va in bus viene chiamato sullo scranno più alto della Camera. Il segreto dell’era Fico? Mollare subito Beppe Grillo. Affidarsi completamente ai consigli del presidente Mattarella. Così da guadagnarsi il rispetto di tutte le forze politiche. Una guida equilibrata, senza partigianeria”.

Fico e i centri sociali, appena può li cita e li difende

Sul bon ton istituzionale, invece siamo ancora alle scuole dell’obbligo. “Ha sfilato davanti al picchetto dei corazzieri in alta uniforme del Quirinale senza abbottonarsi la giacca. Altri due scivoloni: il pugno sinistro alzato in occasione della parata del 2 giugno per la Festa della Repubblica e le mani in tasca durante una commemorazione a Palermo della strage di Capaci. Proprio mentre viene intonato l’inno di Mameli”. Ma Fico sa farsi perdonare. “Accade ad Atreju, il tradizionale raduno di Fratelli d’Italia, quando accetta l’invito di Giorgia Meloni. Incalzato dalle domande di Nicola Porro si giustifica: «Non c’è alcun richiamo comunista in quel pugno alzato».

Tuttavia, quando ne ha occasione, Fico evioca il suo antico amore, appunto i centri sociali. A margine di un evento a Napoli, da presidente della Camera, li ha difesi a spada tratta. “Sono realtà importanti perché hanno cercato di sviluppare un valore aggiunto sul territorio stando vicino alle persone che sono in difficoltà. Bisogna conoscere la realtà prima di parlarne“.

Con Di Maio ha in comune la scarsa dimestichezza con l’italiano

Con Luigi Di Maio lo accomunano le origini napoletane e la scarsa dimestichezza con l’italiano e i congiuntivi.  Tommaso Luzzi sul Fatto quotidiano, quando non era ancora organo ufficiale del M5s, descriveva così. «Noto alle cronache politiche anche per aver scritto su Twitter Monte Citorio staccato e poi essere corso ai ripari cancellando le prove del delitto. Qualche giorno dopo ci ha riprovato: “Molti di noi andremo a Roma”, ha tuonato quasi con una minaccia, spaesato tra plurali e singolari». Otto anni dopo, si spera abbia fatto progressi almeno in quello.

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