Zanda scopre le carte: “Al referendum voto no”. La pax di Zingaretti è già naufragata

lunedì 7 settembre 17:48 - di Redazione

Il ricompattamento tentato da Nicola Zingaretti è già naufragato. Sul  referendum per il taglia-onorevoli i dem sono spaccati a metà come una mela. Il sì annunciato in direzione dal governatore del Lazio fa acqua da tutte le parti. Luigi Zanda esce allo scoperto. “Voterò no” dice ai giornalisti  lasciando la sede del Nazareno. Un’opinione personale, certo. Ma significativa della perdita di bussola del partito. Costretto a governare con i grillini e contemporaneamente a doversi smarcare davanti a una base sempre più insofferente. E a fare i conti con il voto in aula contrario alla riduzione i tempi del governo 5Stelle-Lega. Salvo cambiare posizione una volta seduti a Palazzo Chigi. In cambio di una legge elettorale proporzionale.

Zanda si sfila: al referendum voto No

“E’ un referendum difficile”, ammette il senatore dem, “che non ha a che fare con la tenuta né del governo, né della maggioranza”. Costretto a difendere la neutralità politica dell’appuntamento elettorale, il deputato dem spiega le ragioni del suo no. E mette in guardia da tutti i rischi di una riduzione del numero dei parlamentarti. “In me  prevale la preoccupazione per le conseguenze sul nostro ordinamento giuridico di un taglio. Che, in assenza dei necessari correttivi, potrebbe produrre danni all’equilibrio dei poteri costituzionali”. Due, in sostanza,  le ragioni del No. “La prima è che sinora sono mancate sia la rettifica della platea che dovrà eleggere il presidente della Repubblica, sia la revisione dei regolamenti parlamentari. Sia, infine,  l’approvazione di una nuova legge elettorale. Sono tre provvedimenti concordati all’atto della nascita del governo. E sono tutti indispensabili contrappesi del taglio”. Il pressing sui 5Stelle è chiaro.

Il percorso a ostacoli del Pd di Zingaretti

“Da decenni, il centrosinistra italiano è favorevole alla riduzione. Io stesso, nel 2008 ho presentato un disegno di legge che prevedeva la riduzione a 400 del numero dei deputati e a 200 dei senatori”, ricorda Zanda. “Ma se oggi il referendum riguardasse quel mio disegno di legge, proporrei ugualmente di votare No, incurante della mia firma di allora”. Un guazzabuglio. Tanto che il deputato di lungo corso è costretto a spiegare lo zig zag del Partito democratico sulla materia. “La domanda che dobbiamo farci non è il perché del nostro Sì alla quarta votazione. Che prova il nostro rispetto di un accordo politico. La domanda è come mai il Partito democratico,  per ben tre volte, in questa legislatura, ha votato contro. La ragione di quel No è politica. All’inizio della legislatura la riduzione dei parlamentari è stata proposta assieme al vincolo di mandato e al referendum propositivo”.

La vera partita in gioco è sulla legge elettorale

Questi tre obiettivi – insiste –  rendevano evidente che il traguardo finale era il ridimensionamento del ruolo del Parlamento. E che, al fondo, c’era un’idea di assetto dei poteri diversa da quella disegnata dalla  Oggi dobbiamo domandarci se il vincolo di mandato e il referendum propositivo sono ancora in campo. Perché un conto è se il taglio di 350 parlamentari è veramente il segno della volontà di rinnovare il Parlamento, un altro è se continua ad essere un pezzo di un disegno antiparlamentare. Ma la vera partita in gioco è sulla legge elettorale. Altro terreno di scontro nel governo giallorosso. “Nella maggioranza -prosegue Zanda- c’è chi dice di voler una nuova legge, ma poi mette condizioni talmente gravose da renderne impossibile l’approvazione in questa legislatura. La verità è che i provvedimenti previsti nell’accordo di governo sarebbero dovuti essere approvati prima del referendum. E non essere promessi per il dopo”.

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