Abu Omar e Russiagate sono collegati. Parola dell’ex-007 Cia Sabrina de Sousa. Che accusa Conte

sabato 11 gennaio 18:53 - di Redazione
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Gli “attori” italiani coinvolti nella vicenda Russiagate sono gli stessi che compaiono nel sequestro di Abu Omar, l’imam rapito a Milano da un commando misto Cia-007 italiani. E, poi, riportato in Egitto con un’operazione di rendition.

Ne è certissima Sabrina de Sousa, l’ex-agente della Cia coinvolta nel rapimento, 17 anni fa, dell’imam milanese.
La de Sousa, che è l’unica tra i 25 funzionari dell’intelligence Usa implicati nel caso ad essere condannatasette gli anni di carcere – affida, con un’intervista esclusiva all’Adnkronos, la sua verità. E le ragioni della sua fuga lo scorso ottobre negli Stati Uniti. Una fuga che, già all’epoca, apparve inspiegabile. Visto che le mancavano pochi mesi da scontare in affidamento ai servizi sociali.

Quella fuga, sostiene ora, fu innescata dalle improvvise visite a Roma, nei giorni precedenti, del segretario di Stato Mike Pompeo. E, soprattutto, del nuovo direttore della Cia, Gina Haspel. «Ho avuto paura di una nuova rappresaglia contro di me», si giustifica, ora, la de Sousa.

Che dice molte molte cose sia su Abu Omar, sia sul Russiagate. Mettendo in imbarazzo anche il governo italiano.

Un documento segretato lega il Russiagate e il sequestro Abu Omar

In un documento segretato – che solo il premier Conte può rendere noto – c’è la verità sul rapimento di Abu Omar, sostiene sempre la de Sousa. Rivelando anche che un filo sottile, dal 2003, dai giorni della “rendition” di Abu Omar, si dipana fino all’odierno Russiagate-Spygate.
L’ex-agente Cia garantisce l’innocenza di Niccolò Pollari e di Marco Mancini, gli ex-vertici Sismi condannati per quel rapimento.

Ma la de Sousa affronta anche il tema delle «verità nascoste» al presidente Donald Trump. E poi il ruolo di Mifsud. E tanto altro ancora.

Per l’ex-agente Cia, il rapimento di Abu Omar va inquadrato nell’ambito di un «accordo» tra Washington e Roma, un «qui pro quo». Uno scambio dal quale la de Sousa ha voluto sottrarsi. Dopo essere stata «sacrificata» per proteggere chi sapeva la verità.

L’ex-007 punta il dito sull’«uso esagerato del segreto di Stato» fatto dall’Italia. E censurato anche dalla «Corte Europea dei diritti dell’uomo». Un segreto che copre tuttora persone, italiane, coinvolte anche nel Russiagate. Ne è convinta la de Sousa. Riallacciando così il caso Abu Omar alla complicata vicenda del presunto complotto organizzato a partire dal 2016 dall’Fbi e dalla Cia, allora emanazione dell’Amministrazione Obama. Con il concorso di governi occidentali alleati. Per impedire a Donald Trump di accedere alla Presidenza Usa. O per tenerlo sotto minaccia di impeachment nel caso, improbabile si pensava allora, di elezione.

L’ex-agente Cia: sacrificata per uno scambio indicibile Usa-Italia

L’ex-agente della Cia copriva la sua attività, in Italia, utilizzando il ruolo di segretaria del consolato Usa a Milano. E racconta così la vicenda. Ricordando «i tentativi dell’Amministrazione Trump di risolvere» il suo caso «bloccati quando Gina Haspel è stata nominata vice direttore della Cia sotto Pompeo (febbraio 2017, ndr)».

«Haspel – sostiene l’ex-007 – ha convinto l’Amministrazione e il presidente Trump a non inserirmi nella sua politica di “riportare a casa tutti gli americani detenuti ingiustamente all’estero“. Questa situazione è durata due anni».

Per l’ex-agente Cia che si dice «perseguitata» ci sono due aspetti da considerare nella vicenda.
Primo: il ruolo chiave che fu, all’epoca, della Haspel nel programma di “extraordinary renditions della Cia.
Secondo: che «Abu Omar» non aveva i requisiti per una rendition.

Il punto, dice all’Adnkronos la de Sousa, è che fra l’Italia e gli Usa è stato stretto un accordo. All’interno del quale lei è stata stritolata.
«Io avrei scontato pienamente la mia pena. Così che l’Italia potesse mostrare alla Corte europea dei Diritti umani che almeno uno degli agenti coinvolti nella vicenda Abu Omar era stato punito».

E’ per questo, ragiona, che «per due anni i magistrati non mi hanno mai concesso i 45 giorni di “licenza” previsti ogni sei mesi».
Il perimetro dell’accordo le sarebbe stato spiegato, dice sempre la de Sousa, da un «importante membro del Congresso» Usa, membro della Commissione Intelligence.

Ecco cosa ha messo l’Italia sul piatto dell’accordo con gli Usa

E l’Italia cosa avrebbe messo sul piatto dell’accordo? «Non avrebbe rinnovato il mandato di arresto per Jeffery Castelli (ex-capo stazione della Cia a Roma ai tempi della vicenda Abu Omar, ndr). Che aveva minacciato di rivelare i nomi di coloro, ai più alti livelli del governo italiano, che avevano autorizzato la rendition di Abu Omar».

Secondo la de Sousa attorno a lei, una volta in Italia, scattò una sorta di cordone sanitario. Venne, di fatto, isolata. «Sono stata assegnata a una struttura fuori Roma, gestita dalla polizia, 5 ore di viaggio fra andata e ritorno. Per evitare che entrassi in contatto con la stampa».

«Almeno un attuale alto funzionario italiano, all’epoca facilitò la rendition. Bloccando, nel gennaio del 2003, la sorveglianza costante, 24 ore su 24, da parte della Digos nei confronti dell’Imam», sostiene l’ex-agente Cia.

«Al presidente Trump» non venne detto «che alcuni degli stessi funzionari italiani dell’epoca sono coinvolti nell’attuale Spygate». Cioè il Russiagate.

L’ex-agente Cia svela una procedura che utilizzerebbero i Servizi segreti per sollevare dalle responsabilità i governi su determinate azioni non propriamente “etiche”. Ma necessarie dal punto di vista della ragion di Stato. Come quella del rapimento di Abu Omar. O come quella della fabbricazione di false prove di un tentativo di acquisizione da parte di Saddam Hussein di uranio in Niger. In pratica il pretesto per l’invasione dell’Iraq del 2003.

Quel livello segreto di funzionari italiani posizionati fra premier e intelligence

«Quando la Cia o l’Fbi hanno bisogno dell’assistenza di un governo straniero in un’operazione segreta, e questa era più importante di Abu Omar o del falso dossier sul Niger, cercano di coinvolgere gli stessi alti funzionari che fornirono aiuto in passato. E che sono ritenuti controparti sicure e affidabili».

Questi funzionari, continua la de Sousa, «agiscono ad un livello che è al di sotto del primo ministro e al di sopra dell’intelligence. Questo gruppo consente così ai primi ministri di poter negare un coinvolgimento diretto. Sono loro quelli che muovono le cose in Italia».

L’approvazione della rendition di Abu Omar e lo stop alla sorveglianza della Digos, decisi «ad alti livelli dell’amministrazione italiana» dice la de Sousa «assolve i funzionari del Sismi». Cioè Nicolò Pollari, l’allora direttore del Servizio, e dello 007 Marco Mancini. Inizialmente rinviati a giudizio e condannati insieme ad altri funzionari dell’intelligence, per concorso nel sequestro di persona dell’imam milanese.

Nel febbraio 2014, infine, la Corte di Cassazione, recependo una sentenza della Corte costituzionale in merito alla legittimità del segreto di Stato imposto dal governo, annullò senza rinvio la sentenza di condanna della Corte d’appello di Milano emessa il 12 febbraio 2013.

Ecco perché l’allora direttore Cia, Brennan si precipitò in Portogallo

Un nome su cui puntare il dito la de Sousa lo fa. Ed è quello di John Brennan, ex-direttore Cia tra il 2013 e il 2017. Finito, secondo la stampa Usa, nel mirino del procuratore Durham nella sua contro-indagine sul Russigate-Spygate ai danni di Trump.

«E’ lui che escluse il mio nome dalla lista di agenti che dovevano essere graziati dal presidente Mattarella. – accusa la de Sousa – Fu una rappresaglia per i miei tentativi di difendermi dalle accuse e scagionare me stessa».

Brennan, secondo la donna, sarebbe addirittura volato in Portogallo per trattare, personalmente, la vicenda della de Sousa.
«Mi è stato confermato dall’intelligence portoghese», assicura l’ex-agente.

Perché Brennan si precipitò in Portogallo? L’allora direttore della Cia, afferma la de Sousa, «non voleva correre rischi col mio caso», dopo che Trump, diventato presidente, aveva promesso di “riportare a casa” tutti gli americani «ingiustamente» condannati all’estero.

Insomma l’obiettivo di Brennan, lascia intendere la de Sousa, sarebbe stato sempre quello: mantenere in vita l’accordo, lo “scambio”. Per impedire che Jeffery Castelli rivelasse la sua verità sulla vicenda Abu Omar.

La storia del documento segreto rivelata dal Cinque Stelle Tofalo

C’è poi un’altra circostanza che, secondo l’ex-agente della Cia, alimenterebbe l’ipotesi di una manovra concertata per evitare di fare chiarezza fino in fondo sulla vicenda Abu Omar.
Un “documento”, la cui desecretazione sarebbe stata inseguita invano. Sia dallo 007 Mancini che dallo stesso Copasir. Come testimonia un video di denuncia pubblicato su Facebook il 6 ottobre 2016 da Angelo Tofalo del M5S, attualmente sottosegretario alla Difesa. All’epoca Tofalo era membro del Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. Il Comitato parlamentare che si occupa dei Servizi segreti italiani.

Il titolo di quel video era eloquente: «Il governo mette il bavaglio al Copasir». Argomento: la vicenda di Abu Omar. E la «copertura politica perpetrata e continua sulla vicenda».

Tofalo, tra l’altro, sosteneva che «esiste un documento mai rivelato prima, non coperto dal segreto di Stato, così come confermato dallo stesso Presidente del Consiglio Matteo Renzi…. che riscriverebbe completamente questa triste pagina di storia che ha coinvolto i Servizi segreti italiani».

Quel documento, secondo la de Sousa, “«probabilmente conteneva i nomi degli alti funzionari italiani che non solo approvarono il rapimento, ma lo facilitarono fermando l’indagine della Digos» sull’imam milanese.

Da Abu Omar a Russiagate, il “ruolo” di Mifsud

E il Russiagate? Cosa c’entra con il rapimento di Abu Omar? E Joseph Mifsud, il professore maltese della Link University che nel marzo del 2016 avrebbe “adescato” il consulente della campagna elettorale di Trump, George Papadopoulos, per offrirgli materiale “sporco” sulla rivale democratica Hillary Clinton, sotto forma di migliaia di email hackerate in possesso dei russi?

Per la de Sousa, più che un agente russo mandato ad inquinare la campagna di Trump, Mifsud ai suoi occhi appare come «qualcuno al quale sono state date delle istruzioni per conto di un servizio di intelligence occidentale. L’utente finale potrebbero essere la Cia o l’Fbi».
L’ex-agente Usa inoltre, senza però fornire alcuna prova, afferma che «è l’Italia che lo sta nascondendo,. Per proteggere qualcuno. Ma è una mia supposizione».

L’accusa a Conte: a quella lettera non ha mai risposto

La de Sousa ritiene che Mifsud «forse conosceva le identità degli italiani che lavoravano a stretto contatto con i vertici della Cia e dell’Fbi».
Quel che è certo, dice ancora la de Sousa, è che «ci sono delle somiglianze nel modus operandi nella vicenda Abu Omar e nel cosiddetto Spygate: i capri espiatori, così come lo sono stata io».

La de Sousa ricorda anche che è passato oltre un anno da quando in una lettera chiese al premier Giuseppe Conte di rimuovere il segreto di Stato sugli atti che riguardano il mio caso davanti alla Corte europea dei Diritti umani.
«Non ho avuto alcuna risposta».
Perché a suo giudizio? «Perché rimuovere il segreto di Stato rivelerebbe le identità delle persone che la Cia e l’Italia hanno voluto mantenere coperte. Quelli che dovrebbero essere processati per una rendition ingiustificata».

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