Il bambino nascerà nel 2020, ma il padre è morto. Il concepimento (in provetta) è di 4 anni fa

domenica 30 giugno 18:59 - di Redazione

Il bambino della coppia, figlio naturale e biologico, nascerà nel 2020, ma il padre del piccolo, che lo aveva concepito 4 anni prima, è morto nel 2019. La storia, raccontata dal nuovo Quotidiano di Puglia, riguarda una donna della provincia di Lecce che ha lottato contro la burocrazia perché l’embrione – fecondato con il seme del marito deceduto per un tumore –non andasse perduto e che, con l’aiuto dell’avvocatessa Tania Rizzo, in due mesi è riuscita a ottenere dal Tribunale di Lecce la sentenza che apre le porte ad una gravidanza postuma, terzo caso in Italia, primo in Puglia.

Il concepimento 4 anni prima, l’embrione crio-conservato. Ma il marito si ammala e muore

Tutto era cominciato nel 2014 quando la coppia salentina di quarantenni aveva deciso di dare un fratellino o una sorellina al loro unico figlio. La gravidanza, però, non arrivava. E così i due avevano iniziato un impegnativo ciclo di cure decidendo, nel 2015, di affidarsi ad un centro per la procreazione medicalmente assistita (Pma) dove furono crio-conservati due embrioni fecondati con il liquido seminale del marito. Tutti gli esami e le condizioni consigliavano l’impianto quando l’irresistibile bisogno di maternità e paternità è stato stroncato da un cancro che ha cambiato vita e programmi della piccola famiglia di professionisti. a quel punto, la battaglia contro il tumore dell’uomo è stata la priorità assoluta, una battaglia dura durante la quale, nonostante tutto, i due tra un ciclo chemioterapico e l’altro, non hanno mai abbandonato il loro sogno continuando ad interloquire con la clinica dove erano conservati gli embrioni programmando quindi una prossima gravidanza indotta. Agli inizi del 2019 la malattia ha sopraffatto tutti. Eppure, anche dopo la morte del marito la donna ha cominciato a battersi per mantenere fede alla promessa fatta al marito, così si è rivolta alla clinica dove ha dovuto scontrarsi contro il muro della burocrazia: pur avendo firmato tutti i consensi possibili prima di morire, il laboratorio non poteva procedere all’impianto senza il permesso di un giudice. Per la donna è così iniziata una nuova sfida, questa volta legale, e si è rivolta all’avvocatessa Rizzo.

La donna vince la causa: potrà darà alla luce il figlio concepito 4 anni fa anche se il coniuge non c’è più

Il nodo da sciogliere per la professionista era rappresentato dal superamento dell’articolo 5 della legge sulla procreazione assistita secondo cui «possono accedere alle tecniche di procreazione assistita coppie maggiorenni entrambi viventi». Per superare questo ostacolo apparentemente insormontabile, l’avvocatessa ha puntato tutto sul riconoscimento di due principi etici: il diritto di ogni donna alla maternità, quello dell’embrione già fecondato che per legge non può essere soppresso e la volontà del padre che prima di morire aveva dimostrato ancora una volta il desiderio di procreazione. Argomenti che hanno convinto la giudice, Maria Gabriella Perrone (terza donna della storia), ad accogliere il ricorso presentato dalla donna riconoscendo, rafforzandoli, gli stessi principi etici su cui si è battuta la donna. Partendo dal presupposto che i due coniugi erano entrambi in vita al momento della procreazione, la sentenza garantisce «il diritto dell’embrione alla vita» e quindi il divieto della sua soppressione, «l’impossibilità del partner di revocare il proprio consenso», infine «il diritto della donna ad ottenere, sempre, il trasferimento degli embrioni crio-conservati». La sentenza, infine, ordina il centro medico all’impianto intrauterino degli embrioni conservati, ricorda l’articolo 8 della stessa legge sulla Pma, che riconosce al nascituro lo status di figlio legittimo. In Italia altri due casi simili si sono registrati a Palermo nel 1999 e a Bologna nel 2010. Questo di Lecce è il terzo.

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