«Ero un fantasma, uscivo col velo pure in balcone»: l’inferno di Amina iniziato per una stretta di mano…

mercoledì 29 maggio 13:49 - di Redazione

Un inferno durato 5 mesi, quello di Amina, cominciato il giorno stesso delle sue nozze. Un incubo quotidiano, quello vissuto dalla giovane donna di origini egiziane sposatasi con un uomo al Cairo e trasformata da precetti integralisti e obblighi coniugali nell’ombra di se stessa. Fino a quando, dopo interminabili giornate di urla,percosse, umiliazioni, la moglie ridotta a una schiava, è riuscita a reagire alla sottomissione fisica e psicologica e a fuggire in Italia: ora studia a Milano, e Il Giornale sul suo sito ha dedicato alla sua drammatica storia un ampio servizio…

L’inferno di Amina, cominciato il giorno delle nozze con l’uomo che l’ha ridotta come una schiava

«Non potevo uscire da sola. Senza il velo non potevo neanche stare sul balcone. Dovevo tenere gli occhi bassi e se qualcuno mi guardava era la fine»: questi i diktat, trasgrediti i quali, la giovane donna ridotta in schiavitù rischiava botte, mortificazioni fisiche e psicologiche, violenze di ogni ordine e grado…Tutto è cominciato con il matrimonio: e proprio il giorno delle nozze, per l’esattezza, quando stringere la mano a un amico dello sposo appena conosciuto le ha provocato una sberla che Amina non dimenticherà mai. Ma quello era solo l’inizio: da lì in poi per la giovane sposa sarebbe stato solo un continuo degenerare della situazione, divieti, imposizioni, punizioni… E neppure una vacanza decisa come ultimo, disperato tentativo per riportare un po’ di serenità in quella casa, in quella vita, ha dato i frutti sperati, anzi… Tanto che, come riporta il sito del quotidiano milanese diretto da Sallusti, proprio in quel contesto «scaturì una discussione che finì col marito che la trascinava per i capelli davanti a tutti. Superò ogni limite».

La nuova vita a Milano dopo la fuga dal Cairo, la separazione dopo essere stata ripudiata

«“Ero incinta, ma non lo sapevo ancora. Purtroppo ho perso il bambino”», racconta Amina prima di spiegare come, grazie al padre che, prima l’accolse e poi gestì in prima persona gli accordi per la separazione. Ma solo dopo il ripudio, che poi il marito si sarebbe rimangiato, e il coinvolgimento di un imam interpellato sul caso, Amina avrebbe potuto  riconquistare la sua libertà.  «Abbiamo dovuto comprare la mia libertà», dice Il giornale raccontando la sua storia: la storia di una donna che è riuscita ad alzare la testa e a fuggire e che, nonostante oggi abbia ancora paura di rivedere il suo aguzzino, dichiara sollevata da Milano, la città che l’ha accolta. «L’Italia è il mio Paese, mi sento libera qui». E qui, scrive Il Giornale, «avrà tempo di rifarsi una vita, ma prima vuole che si sappia cosa ha passato»…

 

 

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