Pamela, i Ris: trovati quattro Dna sul corpo, due sono ignoti, uno è di Oseghale

mercoledì 13 marzo 19:56 - di Roberto Frulli
Pamela Mastropietro e l'arresto del nigeriano

Sono quattro i profili di Dna trovati nel corso degli accertamenti del Ris sul corpo di Pamela Mastropietro e sulle valigie in cui sono stati ritrovati i resti della ragazza: un Dna è di Innocent Oseghale, il nigeriano accusato di aver ucciso e fatto a pezzi la ragazza a gennaio dello scorso anno nella cittadina marchigiana e attualmente imputato nel processo davanti alla Corte di Assise di Macerata, un secondo Dna, è riconducibile al tassista argentino che conobbe Pamela la sera prima del giorno della morte, mentre altri due profili di Dna sono rimasti ignoti.

La circostanza è emersa nel corso della deposizione del maggiore del Reparto Investigazioni Scientifiche dell’Arma, Luca Gasparollo, ascoltato come teste nel corso dell’udienza di oggi, il quale ha rivelato che un profilo ignoto è stato rilevato solo «nel tamponamento della lingua e in mistura» con il profilo di Dna dell’imputato e non su altri reperti, l’altro profilo è stato trovato «sul trolley».

Nel corso dell’udienza in cui sono stati ascoltati anche altri carabinieri del Ris che hanno parlato dei rilievi dattiloscopici e tossicologici effettuati sul corpo della ragazza, il papà e la mamma di Pamela, che indossa sempre una maglietta rosa con la stampa della foto della figlia, si sono ritrovati a sedere in aula a pochi metri da Oseghale che, nella gabbia d’aula, con il capo chino ha guardato per gran parte del tempo  nella direzione opposta a quella dei genitori della 18enne romana.

Nelle testimonianze dei carabinieri del Ris c’è tutto l’orrore per lo scempio fatto da Oseghale sul corpo di Pamela: «C’era un fortissimo odore di cloro, verosimilmente riconducibile a varechina o simili» e sul corpo c’è stato un «depezzamento particolare”, ha detto il maggiore del Ris, Luca Gasparollo spiegando che si può parlare di scarnificazione e scuoiamento.

In particolare sugli «organi sessuali e sul monte di Venere, dove c’è stata l’asportazione dell’organo e anche i seni sono stati rimossi singolarmente», ha osservato Gasparollo.
«Abbiamo lavorato in condizioni difficili sia dal punto di vista tecnico che emotivo», ha sottolineato il maggiore mentre la mamma di Pamela piangeva in aula.

Nel corso dell’udienza si è parlato anche della questione delle celle telefoniche sulla base delle quali sono stati georeferenziati gli spostamenti dei nigeriani.
I tabulati telefonici di Innocent Oseghale e i contatti telefonici avuti con gli altri nigeriani, Lucky Awelima, Anthony Anyanwu e Lucky Desmond, inizialmente coinvolti nella vicenda, sono stati al centro della deposizione di due consulenti poiché dalle celle telefoniche agganciate e dai tabulati emerge la possibilità che, in alcuni orari, Lucky Awelima, e Lucky Desmond, per i quali la Procura ha chiesto l’archiviazione per il delitto, fossero nella casa di via Spalato dove è morta Pamela.

«Dall’analisi fatta il 30 gennaio Lucky Desmond può trovarsi presso la casa di Oseghale tra le 11.47 e le 11.50 e dalle 14.07 alle 14.09» perché in quegli orari il telefono aggancia le celle tipiche dell’abitazione di Oseghale.
Ovviamente si tratta solo di una possibilità, hanno spiegato gli esperti, e in altri orari non ci sono elementi per poterlo affermare né escludere..
Nel pomeriggio del 30 gennaio, infine, «Awelima Lucky poteva trovarsi nell’abitazione di Oseghale per una permanenza massima di 20-30 minuti». Dai tabulati del telefono di Oseghale emergono anche le numerose chiamate e gli sms ricevuti dalla compagna, Michela Pettinari, il pomeriggio del 30 gennaio: «Anche dalle verbalizzazioni emerge la convinzione della Pettinari che Oseghale fosse in compagnia di una donna», ha spiegato il procuratore di Macerata , Giovanni Giorgio.

Per l’avvocato di Oseghale la questione non cambia lo scenario: «Nulla di nuovo né di clamoroso», ha detto l’avvocato Simone Matraxia. Il fatto che il 30 gennaio nel pomeriggio Oseghale fosse in casa «è un fatto notorio, ammesso anche dall’imputato quindi non è altro che un riscontro al suo racconto».

Nel corso dell’udienza è stato ascoltato anche il  “tassista” camerunese che accompagnò il nigeriano Oseghale con i trolley, contenenti il corpo smembrato di Pamela, senza sospettare nulla per poi rendersi conto dell’accaduto e rivolgersi il giorno dopo agli investigatori.

Il “tassista” camerunense ha raccontato che dopo aver dato un passaggio a Innocent Oseghale nella zona di Pollenza in cui lasciò i trolley con i resti di Pamela Mastropietro tornò indietro «perché mi sembrava strano che lasciasse lì dei vestiti. Ho aperto la valigia e mi sono spaventato».

Il camerunese ha sottolineato di aver aperto la valigia, senza toccarla direttamente ma usando un pezzo di carta, e di aver visto alcuni resti della ragazza: «Ho pensato: cosa ha combinato questo ragazzo? Sono stato dieci minuti a pensare in auto. Poi sono tornato a casa. Tutta la notte non ho dormito».
Ma ha poi denunciato in ritardo la vicenda perché la mattina successiva aveva «un impegno presto a Roma». Ed è andato dagli investigatori solo successivamente per spiegare cosa aveva visto.

In una pausa del processo, l’avvocato Marco Valerio Verni, zio e legale della famiglia di Pamela Mastropietro,  ha commentato la deposizione dello  psichiatra e consulente per la comunità Pars di Corridonia, dalla quale la ragazza si allontanò, Giovanni Di Giovanni, che ha parlato oggi in udienza di «una diagnosi borderline grave e dipendenza da sostanze stupefacenti. E’ arrivata con una situazione clinica molto complessa» con successive «note depressive» idealizzando «una vita da escort»: «Oggi spero si sia chiarito un aspetto importante, spesso riportato male dalla stampa. Pamela non era tossicodipendente: aveva un disturbo della personalità, era borderline grave e a questo era associata una dipendenza da sostanze stupefacenti – ha detto il legale e zio di Pamela.

A causa del suo disturbo aveva «poca comprensione» del suo agire e «sbalzi umorali», ha sottolineato Verni e, dunque, la 18enne era «a rischio con il mondo esterno e di questo ne potevano essere a conoscenza anche le persone con le quali poteva venire a contatto e con le quali poi è venuta a contatto».

 

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