I detenuti in carcere con i telefonini, l’Uds a Bonafede: ci vogliono norme più severe

mercoledì 6 marzo 14:03 - di Redazione
La denuncia al ministro Bonafede arriva dall’associazione Uomini e Donne per la Sicurezza (Uds): sempre più telefonini vengono trovati negli istituti penitenziari. E sono nelle mani dei detenuti. Un fenomeno preoccupante, al quale bisogna porre fine. Non è infatti consentito che chi sta in cella abbia telefonini per comunicare. Il che ha una precisa ratio: non permettere a taluni detenuti di continuare a dare disposizioni e ordini per ulteriori reati, evitare che i reati già commessi siano portati ad ulteriori conseguenze o che possano essere date indicazioni finalizzate a inquinare e occultare le prove.

L’Ordinamento penitenziario tuttora in vigore è risalente al 1975 – scrive D.G. Filippone, presidente dell’Uds – epoca in cui alcuni oggetti oggi presenti grazie all’evoluzione tecnologica, non esistevano ancora. «Il processo di innovazione societario avvenuto negli anni ha portato i governi che si sono susseguiti a intervenire più volte, per accostare l’azione di prevenzione all’azione sempre più incisiva del trattamento e della rieducazione, per cercare di individuare i fattori devianti che hanno portato il detenuto a commettere un reato. A tal fine hanno assunto un ruolo fondamentale le figure professionali con funzioni rieducative e risocializzanti per permettere una più attenta osservazione e valutazione di chi durante la carcerazione manifesta la volontà di intraprendere un percorso riabilitativo e riparativo».

«Se da un lato tale “vision” garantisce l’attuazione delle finalità previste dall’art. 27 della Costituzione – sottolinea il presidente dell’Uds – da un altro punto di vista non può sottacersi sulla necessità che sia perseguito il possesso non autorizzato di apparati idonei ad effettuare comunicazioni con l’esterno dell’Istituto penitenziario, per quelle finalità di tutela dell’ordine, della sicurezza e della legalità pubblica i cui soggetti destinatari (rictus i cittadini) sono certamente soggetti titolari di diritti costituzionalmente garantiti». I due aspetti sono «conseguentemente parte di un unico processo di rieducazione poiché non potrebbe darsi attuazione al percorso trattamentali in favore del detenuto, senza un’imprescindibile condizione di sicurezza». In tal senso «bisogna intervenire con sollecitudine per effettuare un’analisi profonda sullo stato di salute della sicurezza negli Istituti penitenziari della nostra penisola, ma su questo mi riservo di inoltrare una nota a parte al fine di ponderare, eventualmente, valide soluzioni da proporre. Per quanto attiene alla questione relativa agli innumerevoli episodi di rinvenimento di telefonini, di cui alla presente nota, si prende atto che tali apparati hanno ormai raggiunto – grazie all’evoluzione tecnologica – dimensioni talmente piccole da essere facilmente occultati. Bisogna, pertanto, necessariamente intervenire per contrastare penalmente il rinvenimento di tali oggetti all’interno degli spazi detentivi». Attualmente il possesso di telefonino da parte del detenuto – a parte la possibilità di far rientrare tale possesso nella mancata osservanza di un provvedimento legalmente dato dall’Autorità ex art. 650 c.p.-  non è previsto e punito da una specifica norma penale.

«Di fatto – continua – il procedimento disciplinare instaurato nei confronti del detenuto, evidentemente, non raggiunge lo scopo di dissuaderli dal cercarne in ogni modo il possesso, ed il bilanciamento che potrebbe essere effettuato con i potenziali pericoli che da tale possesso potrebbero derivare per la sicurezza, l’ordine pubblico e la legalità, ci fa conseguentemente comprendere quanto sia necessario l’inserimento di una norma penale specifica per il contrasto della fattispecie in trattazione, quale puntuale risposta all’esigenza di tutela della sicurezza dei cittadini. Per questo si vuole sensibilizzare il  Ministro della Giustizia, al quale non si possono riconoscere responsabilità in tal senso, al fine di prevedere un disegno legge che contrasti penalmente il fenomeno, questo anche in considerazione del fatto che ai detenuti vengono garantiti continui contatti con i propri cari sia attraverso i colloqui che attraverso le telefonate e ove sussistenti i requisiti di legge anche oltre il numero».

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