Omicidio Serena Mollicone, parla il papà Guglielmo: “La mia bambina avrebbe potuto essere salvata”

mercoledì 20 febbraio 16:18 - di Antonio Pannullo

Dopo 17 anni arriva una speranza di giustizia per Serena Mollicone, la ragazza 18enne aggredita brutalmente e lasciata morire ad Arce. L’ultima volta che fu vista viva stava entrando nella caserma dei carabinieri, come testinmoniò il piantone dell’epoca, Santino Tuzi, poi suicidatosi in circostanze assolutamente oscure,sulle quali andrebbe fatta chiarezza. ”Spero e voglio credere che dopo tutto questo tempo, ben due opposizioni alla richiesta di archiviazione e anni e anni di indagini venga fatta finalmente giustizia. L’informativa depositata in Procura a Cassino dai carabinieri è una relazione finale dove l’Arma fa una sintesi delle indagini svolte e trae le sue conclusione. Una sintesi che non aggiunge niente in termini di prove. Sono considerazioni che potranno essere discusse ed esaminate ma non sono elementi certi. Il prossimo passaggio è la notifica di conclusione delle indagini preliminari ai 5 indagati che ci permetterà di avere accesso agli atti”. È infatti quanto sottolinea all’Adnkronos Dario De Santis, legale della famiglia di Serena Mollicone, la 18enne di Arce (Frosinone) uccisa nel 2001. Un omicidio che a distanza di 17 anni rimane senza un colpevole e che vede indagati, l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Arce Franco Mottola, insieme con la moglie e il figlio, tutti accusati di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Indagati anche due carabinieri in servizio nel 2001 ad Arce, Vincenzo Quatrale, accusato di concorso morale nell’omicidio, e Francesco Suprano, di favoreggiamento.

“Serena troverà finalmente pace, dopo più di 17 anni”. Guglielmo Mollicone, parlando con l’Adnkronos, ripercorre il caso della figlia, scomparsa il 1 giugno del 2001 e ritrovata cadavere due giorni dopo nel bosco di Fonte Cupa ad Anitrella con un sacco in testa, stretto con nastro adesivo, carta in bocca, oltre a mani e piedi legati. “La verità sta uscendo fuori, nonostante i depistaggi” dice, commentando quanto trapelato dalla relazione conclusiva dei carabinieri del comando provinciale di Frosinone e dai colleghi dei Ris, depositata ieri pomeriggio in Procura a Cassino. “Ho sempre avuto il timore che potessero anche scappare, ora devono pagare, voglio che li arrestino. Temo che possano scappare anche con dei passaporti falsi”. Secondo l’ultima perizia la ragazza nel corso di una lite avrebbe sbattuto la testa contro una porta degli alloggi in disuso nella caserma. “Per me non è stato soltanto il figlio dell’ex comandante della stazione dei carabinieri locale, come sostengono gli inquirenti nell’informativa, perché il giovane potrà avere anche avuto uno scatto d’ira, ma la mia bambina poteva essere salvata e, invece, è morta soffocata. Serena ha perso tanto sangue, non respirava. È morta dopo 4 o 5 ore e, non per il colpo ricevuto, ma per il sacchetto in testa che non le permetteva di respirare. Per me la colpevolezza è anche dei genitori. L’ho sempre detto”. “Colpevoli di sicuro moralmente per me anche i militari presenti, due, uno è morto – conclude il papà -, che l’avranno sentita urlare e non sono intervenuti. Da un tutore dell’ordine, sinceramente, mi aspetto di più”.

Ma i legali di Mottola continuano a negare: “Le nostre controperizie, che saranno depositate al momento opportuno, scardinano le ipotesi della procura”. Lo afferma l’avvocato Francesco Germani, legale dell’ex comandante della stazione dei carabinieri di Arce Franco Mottola, della moglie e del figlio, tutti accusati di omicidio volontario e occultamento di cadavere in relazione al delitto di Serena Mollicone. Dalle controperizie della difesa emerge che l’omicidio di Serena “non è avvenuto in caserma, non c’è nessun elemento che lega la famiglia Mottola al cadavere e alla porta” contro la quale, secondo la tesi che accusa i Mottola, avrebbe sbattuto la ragazza. “La lesione sulla porta non corrisponde neppure in altezza a Serena” continua l’avvocato. “Tutti gli accertamenti irripetibili svolti alla nostra presenza hanno avuto esito assolutamente negativo, non c’è stato nessun riscontro che lega i Mottola alla morte di Serena”, sottolinea Germani. Però il legale di Mottola dimentica il suicidio di un carabiniere, nel 2008, lo stesso carabiniere che aveva aperto la porta della caserma, al citofono, a Serena che veniva a denunciare il traffico di droga nel paese, nel quale sarebbe stato coinvolto proprio il figlio del maresciallo Mottola. Suicidio dalle modalità strane, con un colpo al cuore, sbrigativamente liquidato come tale, ma il cui caso è stato poi successivamente riaperto per le insistenze della famiglia del carabiniere, secondo cui il giovane non aveva alcun motivo per suicidarsi. Malgrado la difesa, sembra davvero che la questione stia per concludersi: anche perché il padre Guglielmo ne ha diritto (la madre morì quando Serena aveva sei anni), un padre a cui fu impedito dai carabinieri persino di assistere al funerale della figlia: lo andarono  addirittura a prelevare in chiesa per portarlo alla stazione senza alcun motivo valido. E i misteri sono tanti nella morte di Serena: prima il luogo dove fu ritrovata, in un boschetto, luogo già perlustrato dai carabinieri che non videro il corpo, corpo che fu visto poco dopo da alcuni volontari. Poi il giallo del cellulare di Serena, trovato in un cassetto a casa della ragazza, cassetto che era già stato controllato dai carbinieri. Malgrado depistaggi, omertà, reticenze, arresto un innocente, finalmente quialcosa si muove. Secondo la perizia di qualche mese fa, la ragazza è stata massacrata nella stazione, sbattuta contro il muro e infine soffocata con un sacchetto intorno alla testa e portata nel boschetto dell’Anitrella dove poi fu ritrovata. Serena per le botte perse i sensi, e il suo assassino ha creduto che fosse morta, ma così non era. E l’ha soffocata. La tanatologa Cattaneo a tal proposito spiega nella sua relazione: “E’ ragionevole pensare che prima di essere coperto dal sacchetto di plastica, il volto sia stato esposto per un periodo di tempo perchè le mosche deponessero le uova”. Inoltre la dottoressa ha scoperto che prima di essere colpita Serena si è difesa strenuamente. Sono emersi infatti ematomi risalenti a poco prima della morte. Come scrive Frosinonetoday, “Serena è stata presa a calci, pugni e strattonata e sbattuta con la testa contro la porta dell’alloggio della caserma, come risulta dopo le tante analisi effettuate per accertare la precisa compatibilità. Una violenza infinita e senza un motivo. I colpi sferrati a mani nude sulla porta, secondo la dottoressa Cattaneo appartengono con molta probabilità alle nocche dei due uomini indagati. Quanto al suicidio del carabiniere, di cui dicevamo prima, è stato anche quello che ha impedito che la vicenda fosse insabbiata: nel 2008, come detto, il brigadiere che indagava sul caso si uccide. Santino Tuzi, viene trovato morto nella sua macchina colpito da un colpo di pistola al cuore Ma la famiglia non accetta questa versione anzi negano che Tuzi avesse problemi tali da portarlo al suicidio. Si fa strada l’ipotesi che la morte del brigadiere potrebbe essere collegata al caso di Serena Mollicone. Infatti pochi giorni prima Tuzi era stato ascoltato in Procura, dove aveva dichiarato ai magistrati che, il giorno della scomparsa, Serena Mollicone si era proprio recata alla stazione dei carabinieri. Tuzi racconta infatti che poco dopo le 11 risponde al citofono della caserma, e che a suo parere si trattava di Serena Mollicone. In realtà alle stazioni i carabinieri prima di aprire chiedono nome e cognome. Dopo aver ricevuto l’autorizzazione la fa entrare. A dare l’autorizzazione secondo Tuzi è qualcuno che si trova nell’appartamento privato del comandante della stazione dei Carabinieri di Arceil maresciallo Franco Mottola. Ora ci uniamo all’appello di papà Guglielmo: i colpevoli non debbono poter scappare.

 

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