2 agosto ’80, processo Cavallini: la testimonianza di Sergio Picciafuoco

giovedì 10 gennaio 12:16 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

ieri al processo contro Gilberto Cavallini, le parti civili hanno aperto un colossale rubinetto dell’acqua calda e, per essere certi che la scoperta di questo essenziale elemento per la giustizia e la natura fosse la più completa possibile, il presidente della Corte, Michele Leoni, si è pure peritato di alzare il termostato dello scaldabagno, affinché la temperatura dell’udienza fosse sufficiente ad annoiare con sicurezza tutti gli astanti. Al banco dei testimoni, su richiesta sempre delle parti civili, si è seduto Sergio Picciafuoco, preceduto brevemente dal professor Renato Ariatti, medico e psicologo forense, il quale ne ha attestato sì la capacità d’intendere e di volere – la testimonianza del noto pregiudicato è stata in forse per mesi -, rilevandone comunque le precarie condizioni di salute e di stress. E cosa ha detto Picciafuoco? Tante cose contraddittorie, suscitando espressioni di non celato compiacimento nei volti degli avvocati Andrea Speranzoni e Nicola Brigida, ai quali è evidentemente sfuggito un particolare di non poco momento, nell’attesa di questa audizione: Picciafuoco è sempre stato contraddittorio, circa la sua presenza alla stazione di Bologna il fatidico e tragico 2 agosto 1980, ma questo – come riportato in tante sentenze – non significa affatto che abbia avuto il benché minimo ruolo nell’attentato, anzi. Condannato in primo grado, venne assolto in appello; la Cassazione annullò il verdetto favorevole e una nuova Corte d’appello lo condannò all’ergastolo per strage e banda armata; la Cassazione annullò nuovamente questo nuovo verdetto sfavorevole e, per sua fortuna, dispose Firenze come sede del terzo giudizio, dove fu assolto, vedendo poi confermato il definitivo proscioglimento sempre dalla Cassazione. Un percorso, quindi, molto accidentato, ma che ha stabilito due “verità” giudiziarie inoppugnabili: l’uomo, per qualche ragione, non ha mai spiegato chiaramente cosa fosse andato a fare a Bologna il 2 agosto ’80, ma non faceva parte dei Nar e non contribuì in alcun modo all’attentato. Eppure, ieri qualcuno nutriva chissà quali speranze, nell’ascoltarlo per l’ennesima volta. Il presidente Leoni, prima che Picciafuoco iniziasse a parlare, ha ricordato al teste come ormai la sua assoluzione fosse giuridicamente “intangibile”, ammonendolo, quale unico rischio della giornata, quello d’incorrere in falsa testimonianza. I pubblici ministeri si sono limitati a rivolgere a Picciafuoco quattro identiche domande: se, alla data del 2 agosto ’80, conoscesse Giusva Fioravanti; Francesca Mambro; Ciavardini e l’imputato. La prevedibile inutilità dell’esame di Picciafuoco, però, non ha impedito che la testimonianza occupasse l’intera mattinata, con anche parecchi momenti di tensione e un’interruzione, determinati dalla fragilità psicologica dell’anziano ex-ladro di Osimo, ormai stanco di sentirsi fare da quarant’anni le stesse, identiche domande. L’unico elemento di novità – emerso dalla relazione peritale del professor Ariatti, non dal dibattimento -, il supposto episodio che avrebbe visto, nel 1973, Picciafuoco soccorrere due carabinieri che ebbero un incidente stradale al confine tra Marche e Romagna. Poco più di una casualità perduta nel tempo e nella memoria che Picciafuoco ha raccontato allo psicologo in sede di analisi e che questi ha riportato nella sua relazione finale, suscitando un non meglio precisato interesse delle parti civili che hanno chiesto al teste se, in quell’occasione, i Carabinieri non gli avessero chiesto di diventare loro “collaboratore”. Il processo, va avanti, anzi, entra nel vivo: mercoledì prossimo saranno ascoltati nuovamente gli investigatori per le ultime risultanze del caso; mentre il 23 gennaio sarà in aula l’imputato. Dunque, adesso tocca proprio a lui, a Gilberto Cavallini, dire la sua verità sul 2 agosto 1980.

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