Draghi, la storia e i simboli. Animali fantastici o parenti dei dinosauri?

martedì 11 Dicembre 19:28 - di Annalisa Terranova

I draghi non sono solo protagonisti di favole e leggende. La figura del serpente alato è presente in tutte le culture e a tutte le latitudini, con un’ampiezza di riferimenti che fanno del drago un fenomeno globale e che non passa mai di moda.

Un appassionante libro di Martin Arnold – Storia dei draghi dai Nibelunghi a Game of Thrones – appena edito da Odoya (pp. 342, euro 24) ne segue il cammino nell’immaginario occidentale e in quello orientale. Due universi mentali in cui il drago assume significati differenti: in Oriente è una potenza benefica, in Occidente diventa ctonio, distruttivo, maligno. Su queste caratteristiche si sofferma Martin Arnold per concludere che, in quanto simbolo universale, il drago rappresenta la natura opposta alla cultura e alla civiltà. Non a caso l’eroe di numerosi miti fondativi si assume l’onere di uccidere il drago, essere mostruoso che minaccia l’ordinato vivere civile. Nel mito nordico dell’Edda di Snorri il drago Nidhogg rosicchia le radici dell’Albero del Mondo così come nella Genesi il serpente responsabile della cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden diventerà il Grande Drago Rosso dell’Inferno.

Il simbolismo cristiano vede nel drago un’incarnazione del demonio che può essere annientato mediante il controllo della forza fisica e spirituale. Di qui l’importanza della figura del drago sconfitto in molte leggende agiografiche, a cominciare da quella di San Giorgio, la cui prima versione scritta viene fornita nel testo greco del XII secolo Miracula Sancti Georgii. San Giorgio è una figura che conobbe una straordinaria diffusione, venerato come santo patrono in numerose città dalla Lituania a Genova, dall’Etiopia a Venezia.

Nelle vite dei santi, tra l’altro, non sono solo gli uomini a sconfiggere il drago. Lo testimonia la leggenda di Santa Margherita di Antiochia, imprigionata e torturata per essersi rifiutata di abbandonare la fede cristiana. La donna viene inghiottita da un drago ma quando traccia all’interno del suoi ventre il segno della croce la bestia esplode e Margherita ne esce illesa divenendo da quel momento la santa protettrice delle partorienti. Chiaramente in questo contesto il drago incarna poteri malefici che vengono sottomessi dalle forze pure.

Ma il drago è anche un simbolo ambivalente, collegato alla fecondità dell’acqua e all’energia sessuale femminile come si evince dalla figura di Lilith, presente nel folclore ebraico, e dall’epopea dell’eroe mesopotamico Gilgamesh. Il drago come simbolo oscuro si afferma in Occidente mentre in Oriente questa creatura primigenia è visto come simbolo di fortuna, in grado di produrre l’elisir dell’immortalità. Esso rappresenta l’essenza (yang) della cosmologia cinese, cioè la riproduzione, la fertilità e l’attività e si identifica con il potere del sovrano.

Il drago dunque come simbolo la cui complessità è talmente vasta da sfuggirci. Dopo quella che Licia Troisi definisce nella postfazione alla Storia dei draghi di Arnold una “cavalcata tra foreste di simboli tutto attorno al mondo” non resta che giungere a una conclusione semplice ma veritiera: “La cosa più vicina al significato del drago cui possiamo arrivare – scrive Martin Arnold – risiede semplicemente nel dire che questa creatura non è niente di più e niente di meno della nostra paura dell’ignoto e come tale le sole risposte possibili sono il confronto o – in un modo o nell’altro – il venire a patti con la bestia”.

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