Il cinema contro il pensiero unico. A Roma si presenta il libro di Del Ninno

18 Ott 2018 15:39 - di Redattore 54

Oggi il cinema è sopraffatto dalle serie tv, i produttori investono sui remake o sugli effetti speciali, il politically correct imperversa e colpisce anche registi molto amati e seguiti come Woody Allen. La settima arte vive una fase di dissolvenza, di sospensione, come il quadro di Banksy destinato all’autodistruzione, anche il cinema è tutto uniformato al fattore tempo: un film non è girato per durare, ma per catturare l’istante. Ma non è sempre stato così: c’è stata una stagione di grande fecondità del cinema, che ci ha regalato capolavori ma soprattutto ha saputo produrre idee “che muovono il mondo”. Una rassegna critica di alcuni titoli che appartengono di diritto a questo pantheon di celluloide è contenuta nell’ultimo libro di Giuseppe Del Ninno, Piombo, sogni e celluloide. Gli anni Settanta, Ottanta e Novanta al cinema (edizioni Oasks), che sarà presentato a Roma alla libreria Eli (giovedì 25 ottobre, viale Somalia, 18,30) da Giampiero Mughini, Valerio Caprara e Mario Conti.

Parliamo di film che sono stati apprezzati non solo dal pubblico in generale ma anche dal pubblico di destra (la destra che leggeva Lorenz e de Benoist. Tonnies e Evola) e che non poteva che riconoscersi in pellicole anticonformiste e coraggiose nell’analisi della realtà e del passato storico. Numerosi sono i casi citati da Giuseppe Del Ninno, a partire dai film che per primi hanno avuto l’ardire di guardare con simpatia alla cultura degli sconfitti: Un uomo chiamato cavallo, Piccolo grande uomo, Soldato Blu. Sono film che aprono il decennio dei Settanta all’insegna della revisione dei canoni classici sui buoni (le giacche azzurre) e i cattivi (gli indiani). Inaugurano un filone cinematografico che guarda alla persona contrapposta a un potere troppo spesso indifferente, lontano, corrotto, violento. Qui, su questo humus con un vago sapore di eresia, si incardinano film cult come Cane di paglia di Sam Peckinpah e Arancia meccanica di Stanley Kubrick, entrambi del 1971.

Giuseppe Del Ninno si sofferma a lungo anche sull’analisi de I guerrieri della notte (1979) di Walter Hill: un film dove il capovolgimento valoriale dei “buoni” e dei “cattivi” viene addirittura raccontato in una cornice epica ed è tutto giocato sull’opposizione tra la città notturna, con le sue gerarchie, i codici dell’onore, della lealtà e dell’ardimento, e la città diurna, dove impera la “non vita”, l’assenza, la modernità standardizzata. Se ne I guerrieri della notte l’eroe rimanda all’archetipo di Ulisse e del suo viaggio di ritorno verso Itaca, dieci anni dopo, quando esce Blade Runner di Ridley Scott (1982) i moduli narrativi sono ancora una volta trasformati: l’eroe non è il guerriero, ma chi ha attraversato il disincanto, condizione che accomuna il cacciatore di replicanti Rick (Harrison Ford) e Roy, il capo dei replicanti fuggiti dalle colonie extraterrestri.

Un percorso che si chiude, alla soglia dei Novanta, con il bel film di Peter Weir L’attimo fuggente (1989), che esce nello stesso anno del crollo del Muro e ci presenta la figura di nuovi eroi sulle macerie delle ideologie: il professor Keating (il docente che tutti avremmo desiderato) e il suo allievo Neil, convinti a dispetto di ogni regola borghese che la bellezza può ancora cambiare il mondo. Ambizione che si scontra con le ragioni del conformismo ma che a tutt’oggi appare la strada più convincente e persuasiva per non adattarsi al “pensiero unico”.

 

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