La figlia di Borsellino ai boss: «Mio padre ha sacrificato la vita, voi dite la verità»

19 Mag 2018 11:34 - di Franco Bianchini
Scarantino, falso pentito, ha depistato le indagini sulla strage di via D'Amelio in cui morì Paolo Borsellino

«L’incontro in carcere con Giuseppe e Filippo Graviano è stato guidato unicamente da un lungo, complesso percorso personale e dettato da una forte e urgente esigenza emotiva. Ho sentito la necessità, in quanto figlia di un uomo che ha sacrificato la propria vita per i valori in cui ha creduto e per amore della sua terra, di dovere attraversare questo ulteriore passaggio importante per il mio percorso umano e per l’elaborazione di un faticoso lutto». Inizia così la lettera di Fiammetta Borsellino, pubblicata su Repubblica, in cui descrive l’incontro in carcere dei boss, accusati della strage in cui il 19 luglio 1992 a Palermo morì il padre e gli agenti di scorta. «Un incontro – sottolinea Fiammetta Borsellino – che ha assunto come unico motore la necessità di esprimere un dolore profondo inflitto non solo alla mia famiglia, ma alla società intera. La richiesta di incontro con Giuseppe e Filippo Graviano nasce dunque come fatto strettamente personale. E chiedo che tale debba rimanere. Sono andata da Giuseppe e Filippo Graviano con l’idea che può vivere e morire con dignità non soltanto il magistrato che sacrifica la propria vita, ma anche chi pur avendo fatto del male è capace di riconoscere il grave male che ha inflitto alle famiglie e alla società, è capace di chiedere perdono e di riparare il danno».

«Riparare il danno – continua la figlia del giudice antimafia – per me vuol dire non passare il resto della propria vita all’interno di un carcere, ma dare un contributo concreto per la ricerca della verità. Si tratta di un contributo di onestà che gli uomini della criminalità organizzata devono dare principalmente a loro stessi, perché chi uccide, uccide la parte migliore di sé. E poi soltanto contribuendo alla ricerca della verità, i figli potranno essere orgogliosi dei padri. Ora – prosegue la lettera – è importante che io possa continuare quel dialogo che è stato interrotto, con enorme dispiacere registro la mancanza di una risposta ufficiale da parte delle istituzioni preposte a fronte di una mia richiesta reiterata alcuni mesi fa. E voglio fare un’altra considerazione. Pur nell’ambito del profondo rispetto che nutro per le istituzioni, e pur cosciente della complessità del percorso che deve portare i giudici della corte d’assise di Caltanissetta alla stesura delle motivazioni della sentenza del Borsellino quater, da figlia ritengo che il passaggio di più di oltre un anno per il deposito del provvedimento sia un tempo troppo lungo. Anche dal deposito di quelle motivazioni dipende un ulteriore prosieguo dell’attività giudiziaria, della procura di Caltanissetta e del silente Consiglio superiore della magistratura, per far luce su ruoli e responsabilità di coloro che hanno determinato il falso pentito Scarantino alla calunnia. A causa di questo depistaggio, sono passati infruttuosamente 25 anni», chiude Fiammetta Borsellino.

Commenti

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  • serena 20 Maggio 2018

    dovrebbero dire che è lo Stato che lo ha voluto morto?noi lo sappiamo, ma, saperlo è una cosa, dichiararlo un ‘altra…sia mai…
    Ha ragione. Qualcuno dovrebbe dirlo.

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