Troppe rapine in quell’ufficio postale: impiegata risarcita per lo stress

29 Gen 2014 18:53 - di Redazione

Vittima di tre rapine in un anno nell’ufficio postale dove lavorava, a Ponte Nuovo di Ravenna, tra il luglio 2002 e 2003, subì un forte trauma che la costrinse al prepensionamento. Il giudice del lavoro ha stabilito che l’azienda non fece quanto doveva per garantire la sicurezza dei lavoratori e ha condannato Poste Italiane a risarcire all’ex-dipendente una somma di 87.000 euro, comprensiva delle spese. La donna, che oggi ha 58 anni, fu minacciata e intimorita con armi da taglio e da fuoco puntate alla gola e in mezzo agli occhi: tutti episodi che le provocarono disturbi della memoria, del sonno, attacchi di panico. Uno stress emotivo configurabile come malattia professionale che portò al pensionamento anticipato per inidoneità totale e permanente al lavoro. L’impiegata chiese un indennizzo all’Inail, che glielo riconobbe nella misura di meno di quattromila euro. Una somma ritenuta troppo esigua, che convinse la donna a ricorrere al giudice del lavoro e a citare in giudizio le Poste. E, a sorpresa, il giudice Roberto Riverso ha riconosciuto l’azienda responsabile della malattia sotto il profilo dei mancati interventi per la sicurezza dei dipendenti. I tre assalti avevano avuto forti ripercussioni sul personale dell’ufficio: «Si viveva nel terrore», ha ricordato uno dei testimoni davanti ai giudici. Solo a seguito della terza rapina fu inviata dalle Poste una guardia giurata a presidiare l’ufficio di Ponte Nuovo di Ravenna. Ma questo avvenne per qualche mese.
Nell’ufficio, un tempo “blindato”, nei primi anni Duemila era stato adottato un modello che prevedeva il contatto diretto fra impiegati e pubblico, e l’unico sistema antirapina adottato dall’azienda era un pulsante di allarme posto sotto il bancone, oltre alla cassaforte temporizzata: «Due strumenti a tutela del denaro, non dei dipendenti», ha chiosato il giudice, secondo il quale la direzione delle Poste avrebbe, invece, dovuto installare vetri e porte blindate, telecamere, metal detector, oltre ad una vigilanza esterna e un miglior raccordo con le forze di polizia. Tutte soluzioni che le Poste non adottarono. Aprendo la strada alla condanna. Considerando inoltre che l’attività dell’ufficio è praticamente assimilabile, per molti versi, a quella bancaria, ma senza gli standard di sicurezza richiesti per un istituto di credito. «Inammissibile» è stato definito dal giudice il fatto «che fossero i dipendenti a doversi proteggere da sé effettuando sopralluoghi, evitando di rimanere da soli, scrutando le intenzioni dei clienti e ispezionando l’esterno». Tra l’altro, proprio nei confronti di quello sportello fu compiuto un altro tentativo di rapina, un anno dopo, e un quinto colpo riuscì, quando però la donna non era in ufficio. Evidentemente i malviventi si erano resi conto che assaltare quell’ufficio era la cosa più semplice proprio perché le Poste continuavano a non proteggerlo adeguatamente.

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