Legge di Stabilità: le modifiche non cancellano una grande delusione

28 Nov 2013 20:18 - di Giovanni Centrella

Le novità introdotte dal maxiemendamento alla Legge di Stabilità non riescono a smussare tanto meno a cancellare le iniquità e la delusione che ha suscitato in noi il disegno di legge originario. Delusione, è bene sottolinearlo, dovuta soprattutto alla promessa che il presidente del Consiglio e cioè che nel disegno di legge il lavoro e la crescita sarebbero stati centrali. Così non è stato e non è ancora. Ad oggi, non abbiamo letto un documento capace di dare una svolta al Paese. Se sindacati e imprese si sono trovati sulla stessa lunghezza d’onda nel giudicare la Legge di Stabilità, ciò non può essere considerato dal governo un sintomo positivo perché, quando si scontentano tutti, vuol dire che si è stati equamente severi con tutti. È vero casomai l’esatto contrario: quando si scontentano tutti vuol dire che l’errore è certo. Sono i sindacati e le imprese a rendere possibile quel contatto con la realtà di cui ha bisogno chiunque si trovi “nel palazzo”. Lo ribadiamo: il polso del mondo del lavoro e dell’impresa si indebolisce ogni giorno di più. Dosi omeopatiche di risorse e di interventi non basteranno a debellare la malattia, cioè la debolezza del sistema, aggravata dal rigore degli ultimi anni.

Sulla casa, sarà un ritorno al passato l’introduzione della Iuc poiché anch’essa scarica a livello locale larga parte delle decisioni di imposizione. Così, in merito al cuneo fiscale, la concentrazione di risorse sui redditi compresi fra 13mila e 21mila euro lordi resta nei margini di una elemosina. Vedremo con quale risultato è stata rinviata alla Camera la questione della deindicizzazione delle pensioni. Lo stanziamento per la “sperimentazione” del reddito minimo andrà a vantaggio solo di 100mila famiglie povere pari al 2,1% di esse. Sulla cassa in deroga potremmo trovarci di fronte ad un suo ridimensionamento. Infine il pubblico impiego continua ad essere penalizzato. Sono queste le categorie che muovono il mercato interno, che pagano sempre le tasse. La loro situazione è talmente grave al punto che persino il contributo chiesto ai pensionati d’oro, senza un criterio che vada nel merito dei contributi effettivamente versati, potrebbe rappresentare un buco nell’acqua.

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