Erdogan accusa: «Manifestanti fomentati dall’estero». Migliaia di arresti, due morti, centinaia di feriti

3 Giu 2013 20:30 - di Antonio Pannullo

Quello che sta succedendo in Turchia ha molte analogie con la situazione siriana, complicata dal fatto che i due Paesi è in atto una sorda guerra di propaganda e un’autentica guerriglia di confine, con accuse reciproche si sconfinamenti e attentati. In Turchia,quella che sembrava essere una protesta ambientalista per l’abbattimento di 600 alberi nella ormai celebre Gezi Park a Istanbul, si è trasformata in una aperta contestazione di cui Erdogan, il premier, che pure ha molto consenso nel Paese, sembra essere l’obiettivo preferito. Sì, perché Erdogan era sindaco di Istanbul, e ha per la città del Bosforo ambiziosi progetti, che non si limitano solo al rifacimento di una piazza per mettervi un grande centro commerciale. L’ex primo cittadino vorrebbe infatti costruire un secondo canale, una moschea immensa, un nuovo ponte, in una parola cambiare il volto della città per renderla un simbolo della potenza turca. Il problema è che gli scontri, che vanno avanti ormai da una settimana e che hanno causato migliaia di arresti, centinaia di feriti, due morti, si sono allargati oltre che a Istanbul anche nella capitale Ankara e a Smirne, mentre ad Atene migliaia di manifestanti hanno manifestato davanti l’ambasciata turca per solidarietà con i contestatori. Quello che Erdogan per mesi ha detto del suo ex alleato Assad, adesso se lo vede rigirare dai giovani che occupano le piazze contro di lui. Erdogan gliene ha fornito il destro, perché, per ammissione delle stesse autorità turche, la polizia ha reagito con una brutalità assolutamente ingiustificata. «Il potere che opprime il suo stesso popolo ha perso la sua legittimità», ha allora potuto dire Damasco, parafrasando una dichiarazione di qualche mese fa dello stesso Erdogan, ma indirizzata allora al presidente siriano. Il premier turco ha più volte accusato il presidente Assad di essere un dittatore e di avere «sangue sulle mani». Accuse che i manifestanti di piazza Taksim a Istanbul e di Kizilay ad Ankara ora lanciano al premier islamico turco. Anche Erdogan, come Assad, ha detto che i manifestanti turchi sono guidati da «gruppi estremisti collegati con l’estero», cosa chew probabilmente è anche vera, come è vero nel caso siriano. L’ultimo sberleffo di Assad a Erdogan – i due erano grandi amici fino a due anni fa, andavano in vacanza insieme con le famiglie, prima di diventare acerrimi nemici – è stata la pubblicazione di una nota del ministero degli Esteri di Damasco che ha raccomandato ai connazionali di evitare la Turchia per «il deterioramento delle condizioni di sicurezza». E poi ha un bel dire il premier turco Erdogan che Twitter sia «una minaccia per la società», ma i social network sono inarrestabili. Così come hanno contribuito ad animare, organizzare e far conoscere le primavere arabe, anche in Turchia diffondono informazioni – e la denuncia – che a loro volta si moltiplicano in un click nel resto del mondo. Nel generale silenzio dei media filogovernativi, in queste ore circolano i video e le foto della repressione della polizia turca sui dimostranti di Istanbul e Ankara. Basta cliccare sull’hashtag #occupygezi su Twitter, per essere travolti da migliaia di immagini, postate minuto per minuto, da attivisti, giornalisti e semplici cittadini. E poi è chiaro che ai giornalisti interessano sempre le immagini più cruente, della polizia che picchia gli studenti e quasi mai il contrario. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma, anche alle nostre latitudini capita così. E non è finita per il governo turco: come avevano promesso, gli hacker di Anonymus hanno iniziato ad attaccare i siti governativi turchi in risposta alla dura repressione delle manifestazioni in corso da giorni nelle principali città del Paese. Gli hacker sono riusciti a bloccare i siti della presidenza della Repubblica, del partito islamico Akp di Erdogan, del governatore e della polizia di Istanbul e della tv privata Ntv, accusata dai manifestanti di censurare la protesta su pressione del governo, come le altre principali emittenti turche. Anonymus sostiene che Erdogan ha instaurato «una dittatura come in Cina e in Iran». Come se non bastasse, anche i curdi, da sempre in lotta con Ankara per la loro indipendenza, rialzano la testa: c’è stata una sparatoria fra militari e ribelli curdi del Pkk. È il primo incidente di cui si abbia notizia da quando il Pkk ha annunciato una tregua unilaterale a fine marzo e ha iniziato un ritiro dei suoi uomini dal territorio turco verso il Nord Iraq, nel quadro della trattativa per una soluzione politica del conflitto del Kurdistan fra il suo leader detenuto Abdullah Ocalan e il governo di Ankara.

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