Negli anni Ottanta Marcello Veneziani aveva voluto ripubblicare Lo scrittore italiano di Berto Ricci, facendolo introdurre da un vecchio scritto di Indro Montanelli. Un’operazione che in molti interpretammo come l’inattesa riproposizione di una tradizione di pensiero politica sempre rimasta minoritaria nel nostro paese. E lo era soprattutto perché costantemente messa sotto scacco da quell’egemonia populista che rappresenta la pancia di lungo periodo dell’eredità secolare del «Franza o Spagna purché se magna...». L’Italia del “tengo famiglia” per dirla con Leo Longanesi. Montanelli spiegava che la sua generazione di giovani degli anni Venti, animata dall’idea che la risorgimentale “rivoluzione mancata” dovesse riprendere, riconobbe in Berto Ricci il proprio maestro. E ricordava che, mentre passeggiavano insieme a Firenze una mattina del 1932, fu proprio Ricci a dirgli esplicitamente: «Lascia stare i gerarchi, il credere-obbedire-combattere». E Montanelli arrivò a definire l’ex anarchico passato con Mussolini «il solo maestro di carattere ch’io abbia trovato in Italia. Grazie a lui, che teneva fede ai principi e non si curava delle ideologie – scriverà Indro nel dopoguerra – appresi a maturare quel distacco dalle idee che mi ha permesso di maneggiarle sempre con disinvoltura...».
Ricordiamo tutto questo dopo aver letto ieri sul Giornale la confessione, sincera ed esplicita, con cui Veneziani prende definitivamente parte non con l’Italia di Ricci, Longanesi o Montanelli ma con quella dei “tengo famiglia”. Posizione, sia ben chiaro legittima, che il giornalista e scrittore delinea come cornice e background ideologico anche del “berlusconismo”: «Quel che chiamiamo populismo è spesso monarchia popolare. Berlusconi ha testato la sua regalità nei regni più consoni a lui: la televisione, lo sport, il commercio, gli affari». L’indole delle folle latine e mediterranee, spiega Veneziani, propende per riconoscersi e delegare tutto a una sorta di re-capo. L’esatto contrario degli “italiani di carattere” e dell’assunzione in proprio da parte del singolo cittadino della sfera dei diritti e dei doveri. Una tendenza, quella della tanta decantata pancia maggioritaria del paese, che – come ancora osserva Veneziani – a un certo punto si affidò anche alla mamma Dc: «Quando perse la figura paterna regale, perché il re era ormai remoto, l’Italia si rifugiò nella figura della regina madre, la Democrazia cristiana, la Dc era una mamma collettiva che faceva le veci del padre assente...». Insomma, conclude Veneziani, una sorta di figura monarchica aderisce al meglio all’Italia, «anche oltre Berlusconi».
È un cedimento intellettuale allo schema della cosiddetta “autobiografia della nazione” cui, con una valenza diversa e “da sinistra”, ha mostrato di arrendersi anche Rino Formica quando, scrivendo a Giuliano Ferrara, legge la vicenda politica italiana dei nostri giorni nella chiave di un presunto fascismo profondo che come un costume «avvolge la società italiana». Addirittura nella duplice forma di “fascismo movimento” e “fascismo regime”: «A Futuro e Libertà che pullula – sostiene l’ex ministro ed esponente del Psi – di vecchi “boia chi molla” e di ex rautiani, viene consegnata la patente liberale e al Pdl, dove per ora alloggiano ancora tanti ex morotei, ex lombardiani ed ex ingraiani, viene assegnato il distintivo littorio». E, in questo contesto generale, per noi senz’altro discutibile, Formica coglie sulla scorta di Flaiano il cedimento generalizzato degli italiani a quei vizi storici i quali portano ad affidarsi a un padre o a una mamma collettiva che «racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità». Un atteggiamento, spiegava ancora Flaiano, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della propria impotenza o sconfitta». E Formica parla in proposito di tradizione pessimistica che in passato sottrasse forze ed energie preziose a un processo di trasformazione riformista dell’Italia. D’accordo, ma è lo stesso brodo di cultura prepolitico che Marcello Veneziani rivendica in positivo quando scrive che «l’Italia ha bisogno di un re sul piano simbolico perché vuole una figura di leader, di arcitaliano, che incarni il concentrato nazionale del suo popolo». E sta tutta qui, forse, la contrapposizione tra vocazione populista e spirito repubblicano, tra l’Italia “di pancia” e quella “di carattere”.
Riferendosi a un certo spirito repubblicano-risorgimentale che unificava, nonostante tutto, varie esperienze, diceva ancora Flaiano nel secondo dopoguerra: «La nostra generazione l’ha preso in culo: i preti da una parte, i comunisti dall’altra». Fu del resto il filosofo cattolico Augusto Del Noce a evidenziare la comune genesi nell’interventismo rivoluzionario di matrice risorgimentale dei due fenomeni fascista e azionista. «Non erano stati – aggiungeva il pensatore – né il liberalismo né il socialismo a dare la loro configurazione ideale all’interventismo, ma il pensiero mazziniano». E sulla stessa linea si sono articolate alcune analisi di Giano Accame e di Beppe Niccolai, che in vari scritti hanno sottolineato la necessità di ridefinire quella radice comune. Una certa idea dell’Italia: repubblicana e non monarchica, dalla parte dei cittadini e non della massa, “di carattere” e refrattaria a irreggimentarsi.
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