In un’intervista al Sole 24 ore il ministro Roberto Calderoli ha indicato lo scenario politico per il 2013: Silvio Berlusconi al Quirinale e un primo ministro leghista o amico della Lega (Tremonti, Maroni o Letta) a Palazzo Chigi. In subordine, in caso di “coabitazione alla francese”, il premier potrebbe essere Sergio Chiamparino, con Bossi in posizione esterna a guidare il “popolo”. Il riferimento a Chiamparino, sindaco del Pd a Torino, non è di facile decifrazione. Difficile pensare che Calderoli immagini che un Pd allo sbando, in crollo verticale di consensi, possa addirittura arrivare da qui a tre anni a vincere le elezioni con un suo esponente. E poi, siccome il ministro leghista è troppo intelligente, credo non gli sfugga che se il Pd avesse i numeri per essere maggioranza nel Paese, difficilmente potrebbe esserci contemporaneamente anche un presidente, eletto dal popolo o men che meno dal Parlamento, di nome Berlusconi. Conoscendo tuttavia la Lega, queste sortite non sono estemporanee, ma hanno dietro sempre una logica, che è in qualche modo ispirata o quanto meno avallata da Bossi. Quale che sia il significato del riferimento al sindaco di Torino, e nonostante il tono apparentemente riflessivo e dimesso, non è da sottovalutare la portata politica del messaggio di Calderoli: la Lega si pone come il vero arbitro del destino del Paese e sembra ad un passo dal realizzare quello che avrebbe potuto fare nel 1994 se Bossi non avesse sbagliato clamorosamente strategia incartandosi in una inutile alleanza antiberlusconiana funzionale solo a D’Alema e a Buttiglione.
In tutte le sue varianti possibili questo disegno sembra contemplare la sostanziale irrilevanza politica del Pdl. La lucidità della strategia leghista è impressionante, come impressionante è il silenzio del Popolo della libertà. Ciò è dovuto al fatto che il suo leader, Silvio Berlusconi, è anche il premier di un governo di coalizione il cui equilibrio appare sempre più condizionato dalla crescente forza del partito di Bossi. Nel contempo la Lega ha bisogno della indiscussa popolarità di Berlusconi per poter svolgere un ruolo politico di primo piano, che la sua forza elettorale, ancorchè notevole al Nord, non sarebbe ancora in grado di garantirle autonomamente.
Il testo integrale dell'articolo sul Secolo del 6 aprile
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