Una nuova Iri contro la crisi. Quando il «partito del pil» erano i boiardi di Stato

mercoledì 5 dicembre 17:20 - di Mario Landolfi

Fino ai primi anni ’90, a reggere la baracca dell’azienda Italia, rischiando in proprio e senza santi in paradiso, erano solo commercianti, artigiani, liberi professionisti, industriali medio-piccoli e i loro dipendenti. Non per questo,  tuttavia, furono celebrati come i rappresentanti di quel “partito del pil” evocato l’altro ieri a Torino dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia in riferimento al parterre di imprenditori schierato in assetto di fronda contro il governo. Non fu per spocchia, ma solo perché quel “partito” aveva allora i connotati dei boiardi della partitocrazia. Il motore che faceva girare i soldi era infatti lo Stato. Che erogava stipendi, gestiva imprese grazie all’Iri ed elargiva crediti attraverso le banche, quasi tutte pubbliche. Un volume di ricchezza, quello prodotto dall’apparato pubblico, stimato intorno al 60 per cento. Che lievitava addirittura all’80 se sommato a quello che affluiva dall’industria assistita, Fiat in testa. A distanza di un quarto di secolo la situazione si è  completamente ribaltata e oggi – come ha evidenziato Boccia – è il lavoro privato a generare il 65 per cento di pil. Basterebbe questo per capire quanto sia difficile, per non dire impossibile, ostinarsi a inforcare le lenti del passato per inquadrare il presente e quanto la politica si riveli inadeguata nel momento in cui, per dirla con Guccini, pretende di «dire cose vecchie con il vestito nuovo», chiamando ad esempio reddito di cittadinanza l’assistenzialismo del passato o quota 100 l’allentamento della stretta sulle pensioni a curva demografica declinante. In realtà, la globalizzazione ha demolito l’antico mercato domestico e scosso alle fondamenta lo Stato nazionale che lo conteneva e lo dirigeva, anche azionando la moneta che ora non ha più. Il resto lo hanno fatto il processo di aggregazione europea e l’innovazione tecnologica. In poche parole, abbiamo consegnato le chiavi di casa e lo Stato attuale non è nemmeno lontano parente di quello che i soldi li stampava e li distribuiva e i debiti li ripianava a piè di lista. Se ne può avere nostalgia, ma indietro è impossibile tornare. Avanti, invece, sì può. Anzi si deve. Puntando alla revisione dei Trattati Ue, che non risulta essere stati dettati da Dio. Ma per farlo occorre tessere intese, costruire alleanze, condividere obiettivi. Da soli non si va da nessuna parte. E il rischio che corre in queste ore il governo di finire suonato dalla Ue dopo essere partito per suonargliele ne è la conferma. È normale: nessun governante europeo ci accorderà più opportunità di quante ne godano i loro governati. Ad una delegazione di nobili giunti da Varsavia fino a Pietroburgo per reclamare più libertà e più diritti, Caterina la Grande rispose con un’altra domanda: «Perché dovrei concedere a voi polacchi quel che nego ai miei sudditi russi?». Accadeva oltre due secoli fa, ma sembra oggi.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *