Cardini: io resto fieramente anti-antifascista. In un libro spiega perché

Franco Cardini, oltre ad essere uno dei più affermati storici del Medioevo, ha avuto anche un suo passato a destra, più esattamente nella Giovane Italia del Msi. Un’infatuazione da ragazzino, via via scemata per lasciar spazio alla maturazione dell’intellettuale raffinato ma sempre “disorganico”. Alle vicende della destra ha tuttavia, negli anni, sempre guardato con attenzione e senza pregiudizi, evitando di ribaltare per opportunismo il proprio punto di vista.

Ne è testimonianza questo titolo di Franco Cardini edito da La Vela Neofascismo e neoantifascismo (pp. 245, euro 15), una raccolta di articoli che ricostruiscono un percorso, in cui l’autore fa emergere innanzitutto cosa ha rappresentato, per lui, il fascismo: “Una volta ho detto a Vittoria Ronchey che, se i suoi figli erano stati un tempo dei marxisti immaginari, io ero stato, tra gli anni ’50 e gli anni ’60, un fascista immaginario. Il mio ‘fascismo’ era tutto lealtà, tutto altruismo, tutto dedizione ai poveri e agli oppressi: ero una specie di Balilla Vittorio che nel ’53 si era incontrato con la crisi di Trieste e aveva imparato che cos’erano le foibe e nel ’56 si era innamorato dell’Ungheria e della causa ungherese e aveva divorato Peccatori di Kormendi e I sogni muoiono all’alba di Montanelli“.

Cardini ha fatto del rifiuto del dogmatismo, come sottolinea Marco Tarchi nella prefazione, uno dei tratti caratterizzanti della sua ricerca: di qui la sua avversione sia alle forme caricaturali di neofascismo sia a quelle del neoantifascismo. Quest’ultimo, il neoantifascismo, è divenuto ormai puro fonema, “illusione nominalistica” per mettere in mora la realtà – lo scrive Stenio Solinas nella postfazione – o meglio il “randello” con il quale il politicamente corretto bastona tutto ciò che non gli piace, “dal populismo alle regole grammaticali”. Un libro, dunque, in cui Franco Cardini ribadisce la sua vocazione ad essere intellettuale libero e controcorrente: definirsi di destra o di sinistra – afferma – è poco interessante per definire una persona, anzi  è – come diceva Drieu La Rochelle – un modo per confessare la propria imbecillità.

Pur rifuggendo dalle etichette di una cosa però è sicuro, del suo essere antiantifascista, soprattutto in un periodo in cui l’antifascismo viene presentato come dovere morale: “Ebbene – dice Cardini – agitar la morale con un palese scopo di convenienza politica è sul serio corruptio optimi pessima“. Allo stesso modo, Cardini prova fastidio per il dogmatismo anticomunista, per avversione innata ad ogni “pulizia” e “polizia ideologica”. E agli antifascisti dell’ultima ora riserva qualche lezione non priva di ironia. La verità storica bisogna cercarla ovunque. Prendiamo Churchill, scrive Cardini, quello che “ha salvato l’Europa dal mostro nazista”. E’ lo stesso che fece carriera massacrando i boeri in Sudafrica, lo stesso che ha ideato con il generale Harris il moral bombing contro le popolazioni civili e le opere d’arte. Lo stesso che “decise durante la guerra di stornare sistematicamente verso la madrepatria i rifornimenti di cibo dal Bengala, che produceva derrate alimentari ma se le vedeva sistematicamente sottrarre. Nella carestia che ne seguì morirono circa 3 milioni di bengalesi: la metà delle vittime della Shoah. Nessuna Norimberga è mai stata convocata per punite quell’assassinio come meriterebbe…”.