Agenzie di rating: che cosa sono e che cosa (realmente) fanno

Riceviamo da Enea Franza e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Adesso che si parla , anche  a sproposito talvolta, di agenzie di rating, vediamo di chiarire in maniera piana ed una volta per tutte di che cosa stiamo parlando. 

Le agenzie di rating assolvono, nel campo finanziario, un’esigenza di semplificazione nella conoscenza e nella valutazione di argomenti altrimenti molto complessi come sono i prodotti finanziari ed, in definitiva, attribuiscono un voto alla capacità di una azienda (o di un paese) di restituire il debito contratto. È evidente, tuttavia, che un rating eccellente non garantisce un investimento privo di sorprese, a volte anche amare, come si è già incaricata di dimostrare la vicenda Parmalat. Per chi non ricorda la questione, segnaliamo che il Tribunale di Milano ha condannato l’agenzia di rating S&P a restituire la parcella da 784.000 euro versata a suo tempo da Parmalat. In effetti, l’agenzia (sbagliano più che grossolanamente ogni previsione) aveva attribuito un rating abbastanza positivo alla azienda di parma e ciò, dal novembre 2000 fino a poco prima del dissesto nel 2003.  

Ciò premesso, le agenzie di rating sono attive in America sin dai primi anni del secolo scorso. Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, sono nomi internazionali noti a tutti, ma non sono però le sole. Esistono molti  altri soggetti, in verità meno noti, che svolgono la stessa attività, spesso in ambiti regionali più ristretti o con specializzazione per settori. Da ultimo, alle importanti agenzie sopra segnalate, si è aggiunta anche la cinese Dagong.

Le agenzie di rating sono soggetti con particolare esperienza, capacità e professionalità che, sulla base di bilanci, documenti societari, contatti con il management e di qualsiasi altra fonte ritenuta valida, emettono opinioni sul rischio di credito di società, Stati o altri enti che emettono titoli obbligazionari. Il rischio di credito è proprio la probabilità che un ente possa non rispettare gli impegni finanziari assunti, perché fallito (default) o comunque in una condizione di insolvenza che non consente il pagamento nell’intero debito contratto nei tempi stabiliti. 

Il rating può essere riferito ad sia ad un emittente  che ad una singola emissione di obbligazioni. Segnaliamo che non sempre infatti il rating di una singola emissione coincide con quello del soggetto emittente o di un’altra emissione effettuata dallo stesso emittente. Vedi il caso di obbligazioni subordinate, oppure, di emissioni obbligazionarie corredate da forme di garanzia. In effetti, le obbligazioni subordinate condizionano i diritti degli obbligazionisti, in tutto o in parte, alla soddisfazione dei diritti di altre categorie di creditori della società (anche obbligazionisti non subordinati), e dunque è evidente come obbligazioni di questo tipo possano avere un rating diverso rispetto ad obbligazioni convenzionali.

Il rating è normalmente espresso da lettere (dalla A alla D), combinate fra loro o con numeri. Esso, inoltre,  può essere riferito ad un periodo temporale breve o lungo. Per quanto riguarda le emissioni di lungo periodo, si va dagli emittenti con rating AAA, che hanno il più alto grado di affidabilità, agli emittenti con rating C, che sono quelli in stato di fallimento. Le società con un livello di affidabilità buono o eccellente sono definite investment grade, mentre quelle con un rischio di credito medio o elevato sono definite speculative grade (o non-investmet grade). La presenza di livelli diversi di merito creditizio spiega perché non tutte le obbligazioni offrono lo stesso rendimento, anche se uguali per scadenza e per tipologia. Il rendimento dei titoli infatti cresce al ridursi del rating attribuito all’emittente. Il motivo è molto semplice: emissioni con rating più bassi sono più rischiose e, quindi, devono assicurare un maggiore rendimento all’investitore, per compensarlo del rischio che sopporta. È quindi gli emittenti con rating bassi finiranno per offrire rendimenti più elevati, in  modo da incentivare il risparmiatore a sottoscrivere i propri titoli, esponendosi al rischio di non ottenere il rimborso del capitale investito e/o il pagamento delle cedole. Il rating accompagna un’emissione fino alla scadenza ed il suo valore può variare nel tempo. Le agenzie controllano continuamente la corrispondenza tra il giudizio dato all’emittente e l’evoluzione del ciclo economico, del business e delle scelte strategiche dello stesso.  Quando le agenzie valutano se modificare il giudizio, pongono l’emittente sotto osservazione (outlook), avendo cura di comunicare al mercato eventuali miglioramenti (upgrade) o peggioramenti (downgrade) del rating attribuito. 

Chiarita la questione, è a tutti evidente come l’attività delle agenzie di rating sia non solo utile, ma direi addirittura necessaria, al corretto funzionamento dei mercati finanziari, consentendo, tra l’altro, di minimizzare costi nella selezione del portafoglio ottimale, che diversamente sarebbero davvero insostenibili anche per grosse istituzioni finanziarie.

Va da se, tuttavia, che un mercato delle agenzie di rating concorrenziale ed assoluta indipendenza di giudizio delle agenzie sono condizioni  assolutamente indispensabili e prodromiche per il corretto funzionamento del servizio. La prima condizione, ovvero, che le agenzie di rating operino effettivamente in un mercato concorrenziale e questione che solleva non pochi dubbi, essendo evidente che le società di rating effettivamente capaci di lavorare e di esprimere valutazioni su enti sovrani ed aziende multinazionali, operano in un mercato oligopolistico. Anche l’altra, ovvero, l’assoluta indipendenza di giudizio, lascia parecchi dubbi, atteso che, a livello societario, l’intreccio tra valutatori e valutati non è cosi limpido. 

Bene, sul punto, l’ampia discussione che si è aperta palesa proprio questi limiti e la necessità di sottrare i controllati ai controllori, o meglio direi agli speculatori. Ma l’Europa, che ha pure tentato di imboccare una propria strada con un società di rating propria, non è fino ad ora effettivamente riuscita ad imporsi all’egemonia delle “tre monopoliste”.