Cento anni fa l’eccidio dei Romanov. Ma l’intolleranza è sempre in agguato

Nella notte tra il 16 e il 17 luglio del 1918 veniva compiuta una delle stragi più efferate del Novecento: i comunisti russi assassinarono l’intera famiglia imperiale, donne e bambini e servitori compresi, nella famigerata strage di Ekaterinburg, città sui monti Urali dove la famiglia dello zar Nicola II Romanoff era stata portata dai bolscevichi. Dopo un secolo dobbiamo constatare con raccapriccio che l’intolleranza politica non è cambiata e che le sinistre odierne non condannano quell’atto, giustificandolo invece come ragion di Stato: si invoca la cancellazione quasi fisica per chi non piace all’intellighentsia della sinistra, unica depositaria della verità, e se chi governa non è dei loro, subito viene additato come “nemico del popolo”. E oggi nemici del popolo sono Salvini, Di Maio e i due partiti di governo, rei di aver messo in discussione il disastroso operato della sinistra negli ultimi anni, di aver criticato la “pax renziana”. Il Pd, che sotto sotto è erede diretto dei menscevichi, adopera ancora oggi questa dialettica sovietica per attaccare il governo: prima parte la macchina del fango, poi, quando non funziona più, la sistematica denigrazione delle azioni di governo, con amplificazione delle notizie che più si prestano alla spettacolarizzazione, come quelle relative ai “naufragi” dei clandestini, condite, se del caso, anche da vere e proprie “bufale”. È facile allora far passare per cattiveria e malvagità ciò che è semplicemente la difesa del popolo e del territorio italiano, della legge, e facendo passare per bontà la carità pelosa delle cooperative rosse e delle ong che si arricchiscono sulla tratta degli esseri umani contrabbandandola per disinteressata nobiltà d’animo. Molti e grandi interessi invece sono in ballo, e siamo sicuri che i poteri forti che sin qui hanno eterodiretto l’Italia non saranno disposti a lasciarsi spodestare facilmente da questi nuovi arrivati. Questo per dire e constatare che i metodi di una certa politica intollerante sono sempre gli stessi: non fucileranno più le famiglie intere, oggi gli eccidi avvengono solo metaforicamente, ma il desiderio della cancellazione dell’avversario rimane.

L’eccidio ancora vivo nella memoria russa

È una strage di quasi un secolo fa, ma ancora vivissima nella memoria dei russi, anche per l’esumazione delle vittime e della fine del comunismo e dell’Unione Sovietica, che ha reso possibile il ristabilimento della verità storica. In questi decenni sulla atroce vicenda sono stati realizzati libri, memoriali, film, questi ultimi relativi alla remota possibilità che qualcuna delle figlie dello zar Nicola II si fosse salvata: in particolare Anastasia, che nel memorabile film omonimo fu interpretata da una superba Ingrid Bergman. Il film ripercorreva a sua volta la storia di Anna Anderson, la donna che sosteneva di essere Anastasia, ma che fu smentita dall’esame del dna prelevato dai corpi della famiglia imperiale riesumati. La Anderson morì in Virginia, negli Stati Uniti, nel 1984. L’eccidio di Ekaterinburg non fu l’unico, altri membri della famiglia Romanov furono assassinati prima e dopo, ma è senza dubbio quello che ha più colpito l’immaginario collettivo per la sua inconcepibile ferocia. Il deposto zar e la sua famiglia erano detenuti nella casa Ipatiev, dove oggi sorge la chiesa ortodossa denominata Cattedrale sul Sangue, in ricordo del martirio, ed erano sorvegliati da un corpo di guardia a capo del quale c’era un certo commissario Jurovskij, che fu incaricato dell’intera agghiacciante operazione. Con lo zar c’erano la moglie Alessandra Feodrovna, e i figli adolescenti Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e Alessio, quest’ultimo ammalato di emofilia. C’erano anche quattro servitori, assassinati anche loro dalle Guardie rosse, alcune delle quali si rifiutarono di sparare su bambini e che per questo furono sostituiti da prigionieri di guerra che avevano aderito alla rivoluzione per uscire di galera. Fu addirittura una apposita seduta del Soviet a decidere l’eccidio. Quella notte, a mezzanotte, lo stesso commissario Jurovskij svegliò i Romanov, raccontando loro che sarebbero stati trasferiti. La famiglia imperiale più il medico, la dama di compagnia, l’inserviente e il cuoco furono radunati in una stanza a pianterreno della casa Ipatiev e fatti mettere in fila da Jurovskij dicendo che avrebbe dovuto fare loro una fotografia. Fuori la stanza c’erano dieci killer che aspettavano l’ordine per iniziare lo sterminio. Il commissario fece entrare la squadra e contemporaneamente comunicò ai Romanov che il Soviet aveva deciso di giustiziarli poiché i loro fedeli continuavano i combattimenti contro i bolscevichi. Detto questo, estrasse un revolver e sparò allo zar. Subito la squadra sparò alla zarina Alessandra e al figlio Alessio. Successivamente si rivolsero verso gli altri sparando all’impazzata. Spararono per venti minuti, non riuscendo peraltro a ucciderli tutti. Ad esempio, la dama di compagnia era ancora viva quando la infilzarono con la baionetta e la finirono con i calci dei fucili. Il commissario sparò ancora dei colpi di pistola contro il piccolo Alessio, che rantolava. Finita la mattanza, si dovevano trasportare i corpi su un autocarro, ma deposte le figlie sulle barelle, ci si accorse che erano ancora vive, una si coprì il viso con una mano e urlò. Furono finite a colpi di baionetta. L’autocarro di diresse verso i boschi, ma a metà strada il commissario fece bruciare i corpi di Alessio e di una delle figlie dello zar, per sviare le ricerche dei russi bianchi che circondavano la zona. Successivamente il camion arrivò in una cava abbandonata dove i cadaveri furono spogliati e depredati dei preziosi che nascondevano, nonché fatti a pezzi con accette e armi da taglio. Poi furono gettati nella cava, cosparsi con acido solforico e dati alle fiamme. Il giorno successivo, il comitato centrale del partito annunciò che l’ex zar Nicola era stato fucilato in seguito a un tentativo di evasione, negando però lo sterminio dell’intera famiglia, secondo la tradizione comunista della negazione della verità per difendere la ragion di Stato. Bisognerà attendere il 1991 perché il corpo dello zar di sua moglie e di tre dei loro figli e dei quattro servitori, fossero riesumati – per ordine diretto di Boris Eltsin – e analizzati. Le analisi durarono molti anni, e solo nel 2008 si poté comunicare al mondo che l’intera famiglia imperiale era stata identificata. I metodi sono sempre gli stessi: violenza e menzogna contro il nemico. Per noi italiani è impossibile, leggendo queste storie, non pensare alle analoghe, atroci, storie della guerra civile italiana, che però fortunatamente non si è conclusa con la vittoria dei bolscevichi.