Addio a Mario Codogni, protagonista dell’attivismo negli anni di piombo

Mario Codogni è scomparso ieri a Roma; aveva poco più di sessant’anni. La sua morte rappresenta una grave perdita per la sua stupenda famiglia, della quale era orgogliosissimo, ma anche per tutta una comunità umana, irripetibile, che negli anni Settanta, soprattutto a Roma, scelse di stare dalla parte sbagliata, quella del Movimento Sociale Italiano, e attraversò gli anni di piombo dovendo lottare non solo contro i feroci e spietati avversati politici, i comunisti, ma contro tutto un sistema consociativo, contro le istituzioni, contro la magistratura, contro gli intellettualoidi radical-chic, contro un sistema mediatico fazioso e bugiardo che criminalizzava i giovani del Fronte della Gioventù e assolveva gli assassini e i persecutori dei nostri ragazzi. E Mario Codogni quegli anni se li attraversò tutti, da protagonista, da camerata coraggioso, da pioniere del Fronte, dando tutto e mai chiedendo nulla in cambio, ma mai arrendendosi alle ingiustizie. Mario infatti apparteneva a quello che fu il gruppo storico fondativo del Fronte, quello della scuola geometri Enrico Mattei, nel quale c’era pure il suo fraterno amico Guido, col quale è rimasto unito fino a oggi, quasi 50 anni dopo, malgrado tutte le traversie politiche e personali della vita attraversate. La colonna portante di via Sommacampagna furono insomma i ragazzi del Mattei, almeno nel primo periodo. Nel 1971 infatti Teodoro Buontempo aprì la storica sede provinciale del FdG a via Sommacampagna, e Mario fu tra i primi a frequentare quella sede che tanta importanza avrebbe avuto nella vita di moltissimi militanti. I primi tre mesi, Mario e gli altri attivisti dormirono addirittura dentro la sezione, perché gli estremisti di sinistra avevano minacciato di venirla a chiudere col fuoco. Ma non vennero mai. Fu in quegli anni che Mario divenne un punto di riferimento per tutti i ragazzi che frequentavano la sezione e che incontrò le persone più importanti della sua vita. La più importante fu Franca, una giovanissima studentessa del vicino liceo Benedetto Croce, che era in via Palestro, la parallela di via Sommacampagna. Il Croce era frequentato in stragrande maggioranza da estremisti di sinistra, e spesso davanti all’istituto si fronteggiavano e scontravano ragazzi di destra e di sinistra. Le occupazioni, gli scioperi, le assemblee antifasciste erano all’ordine del giorno, come i pestaggi contro coloro che non si dichiaravano comunisti. Fu proprio nel corso di una di queste occupazioni che si svolse un episodio che vale la pena di essere raccontato. Era il 1973, e a un certo punto i compagni si barricarono dentro al Croce improvvisando uno dei soliti “processi popolari” contro alcune studentesse, tra cui Franca, che facevano parte del nucleo femminile del FdG. Le ragazze stavano subendo intimidazioni e minacce, e poiché Franca una volta era stata già buttata giù dalle scale, la situazione andava risolta. Quella mattina dentro Sommacampagna erano solo in tre: Mario, Attilio e Graziano. A farla breve, decisero un’irruzione dentro il liceo: facendosi largo tra una marea di studenti ostili, salirono diversi piani di scale, raggiunsero le ragazze sequestrate e le portarono via inseguiti da una massa di compagni che li voleva linciare. Ne uscirono pesti ma vivi. Questi episodi erano all’ordine del giorno, e lo furono per anni.

Mario abitava vicino piazza delle Province, e iniziò la sua militanza frequentando la sede della Giovane Italia in via Tolmino, retta in quegli anni da Natale Gianvenuti. Ma dopo l’apertura di via Sommacampagna il suo orizzonte attivistico si allargò, perché fu inserito nel gruppo d’èlite dei GO, i Gruppi Operativi, una task force formata da una ventina di elementi, anche donne, che dovevano immediatamente correre davanti alle scuole o alle sezioni dove i missini avevano difficoltà. Così Mario e gli altri correvano spesso a Portonaccio, a Prenestino, a Cinecittà, al Quadraro, a Centocelle, insomma nelle zone più “calde” di Roma dove l’intolleranza delle sinistre si faceva violenta. Dopo questi anni “eroici”, Mario sposò la sua Franca, hanno avuto tre figli e sono rimasti insieme tutta la vita. I genitori di Franca, che forse all’inizio erano preoccupati per questo ragazzo un po’ esuberante, in seguito lo adorarono e lo considerarono come un figlio. E tutti noi militanti degli anni Settanta lo abbiamo considerato sempre un fratello maggiore: Mario anche nei decenni successivi ha sempre continuato a fare politica, a non arrendersi mai, insieme ai suoi amici storici, aprendo circoli sociali, organizzando iniziative, lottando sempre per i suoi sogni. Ancora oggi partecipava una volta al mese alle cene tra i “vecchi” di via Sommacampagna, e sembrava davvero che non fosse passato un giorno da quell’epoca mitica. Mario Codogni è stato un amico leale, sincero, rassicurante, saggio, per migliaia di attivisti di Roma. Il suo carattere non violento, dialogante, pragmatico ha fatto sì che diventasse un faro per tutti noi, e lo è ancora. La sua vita è stata un esempio: dall’amore incondizionato per la famiglia, per la moglie Franca e i tre figli dei quali era fierissimo, al suo impegno sociale e politico costante, dai legami solidi e inscindibili che strinse nel corso di tutta la sua vita, Mario è davvero stato come tutte le persone dovrebbero essere.

Alla famiglia e a tutti coloro che lo amavano giungano le più sentite e profonde condoglianze della redazione e della direzione del Secolo d’Italia, che ebbe l’onore di avere tra i suoi collaboratori anche Franca, e della Fondazione Alleanza Nazionale. I funerali di Mario si svolgeranno domani alle 11 nella chiesa santa Francesco Cabrini di piazza Massa Carrara a Roma.

(Tra le due foto che pubblichiamo ci sono più di quarant’anni di distanza: a sinistra, la squadra di calcio Fiamma Alternativa. Mario è il quarto da sinistra in piedi, vicino ad Alessandro Levanti con la barba. Nell’altra, scattata recentemente, Mario è ancora in piazza a manifestare contro l’apertura dell’ennesimo centro di accoglienza per clandestini. Mario Codogni non si è mai fermato.)