Gli abortisti la piantino di fare i giudici morali. Non ne hanno i requisiti

Continua a far discutere il manifesto antiabortista affisso a Roma, sul quale è scritto che «l’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo». Come nel caso della precedente maxiaffissione con la foto di un feto di 11 settimane e l’affermazione «ora sei qui perché la tua mamma non ti ha abortito» (in queste ore affisso anche in altre città d’Italia), pure in questo caso si è immediatamente scatenata la furia censoria degli abortisti ovvero di chi sostiene che la cultura ProLife sia liberticida e ostile alle donne.

Non v’è dubbio che fra gli antiabortisti esistano derive di fanatismo. Pensiamo a quegli esaltati americani che assediano le cliniche in cui si pratica l’interruzione di gravidanza o alla colpevolizzazione delle donne che abortiscono, su cui talvolta si scivola anche nel nostro Paese. Anche dietro gli abortisti, però, si cela spesso e volentieri un violento fanatismo, in cui ha il sopravvento una cultura che non è più improntata alla libertà di scelta, ma all’obbligo di morte.

Due esempi per tutti. Il primo è quello degli aborti selettivi che in certe parti di mondo fanno strage di bambine e ai quali pare faccia almeno in parte riferimento anche il manifesto sull’aborto come femminicidio. In questo caso, alla cultura della morte si aggiunge una cultura di disprezzo della donna che ancora considera la nascita di una femminuccia come una sventura di cui liberarsi. L’altro esempio è l’orrenda selezione della razza che sta prendendo piede non in luoghi sperduti della terra, ma nella nostra Europa. E, anzi, in quella parte di Europa spesso indicata come modello di società avanzatissima dal punto di vista dei diritti e delle scelte di civiltà. È il caso di Paesi come l’Islanda e la Svezia, dove la nascita di bambini down è stata praticamente azzerata.

In entrambi i Paesi questo esito è stato salutato dalle istituzioni come un successo. Si tratta di diritti conquistati e di libertà di scelta delle donne o del loro opposto? Possibile che in quei Paesi non ci sia una manciata di mamme che, se fossero state davvero libere di scegliere, i loro bambini con un cromosoma in più se li sarebbero tenuti e li avrebbero amati e cresciuti senza riserve, anche con le difficoltà in più che possono comportare? Non bisogna essere dei fanatici prolife per capire che se si consolida uno scenario del genere è perché nell’aborto la cultura della morte ha soppiantato quella della libertà di scelta. Si tratta di un virus che rischia di contagiarci tutti. E nella diffusione del quale la sistematica censura di qualsiasi voce critica sull’aborto ha un ruolo non secondario, perché funge da inibitore degli anticorpi.

Per capire quanto drammatico e disumano sia quello che sta accadendo a due passi da casa nostra basteranno, di nuovo, due esempi: poche settimane fa in Italia abbiamo avuto la prima ragazza con sindrome di Down laureata con 110 e lode; l’estate scorsa un ragazzino down, un atleta di 17 anni, salvò la vita a una bambina che stava affogando. Potevano essere stati concepiti in Islanda o Svezia e ci sarebbero stati genitori privati della soddisfazione di avere una dottoressa cum laude in casa o, neanche paragonabile, del miracolo di una figlia salvata in extremis dall’annegamento.

Non c’è dunque nulla che autorizzi gli abortisti a ergersi a giudici morali degli antiabortisti e, dunque, che li autorizzi a farsi censori. Semmai, con un parossismo, si potrebbe rivendicare il contrario: almeno i fanatici antiabortisti le vite vogliono salvarle. I fanatici abortisti, invece, vogliono sopprimerle.