Bologna: ma la parola di un pentito vale più di quella di chi non si pente?

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

hanno proprio ragione i figli di Enzo Tortora, nel sostenere, a trent’anni dalla vicenda che travolse il celeberrimo presentatore della Rai, che nella Giustizia italiana nulla o quasi è cambiato. E ne può essere dimostrazione l’udienza odierna al processo contro Gilberto Cavallini per la strage del 2 agosto, in cui è stato portato a termine l’esame testimoniale di Luigi Ciavardini. Al termine di una prima serie di domande, infatti, verso le 11 circa, il presidente della Corte d’Assise, Michele Leoni, ha preso la parola, chiedendo all’ex-Nar, prima di concedere cinque minuti di sospensione per tutti, se avesse mai pensato, nei quasi trent’anni di processi e detenzione, di pentirsi. Pentirsi, va chiarito, non nel senso di un’esame con la propria coscienza, bensì nel senso “giuridico” che, pur non escludendo anche una dimensione morale, costituisce tutto un altro genere di atteggiamento. Alla risposta ovviamente negativa di Ciavardini, il magistrato si è lasciato andare a una pesante dichiarazione, secondo la quale la parola di imputati e testimoni ha sempre un valore relativo, rispetto a quella di chi, “pentendosi”, manifesterebbe la chiara intenzione di mettersi dalla parte della verità. Forse, Leoni si è espresso male e le sue parole sono andate al di là delle intenzioni, perché, appunto, ricordando la vicenda Tortora, per fortuna esistono anche magistrati che, dei “pentiti”, hanno un’idea più realistica, soprattutto in considerazione della mole di vantaggi che, mettendosi a disposizione dei pubblici ministeri, spesso hanno personaggi squalificati e pluricondannati, i quali non hanno remore a raccontare tragiche favole che altrettanto spesso inquinano e hanno inquinato i procedimenti penali. Ma non è l’unico parallelo possibile, questo con Tortora sui “pentiti”, a cui ha dato spunto l’udienza odierna. Infatti, nel corso dell’esame testimoniale condotto dall’avvocato Speranzon per la “parte civile”, si è pure assistito a un curioso “siparietto”, con cui si è tentato di far cadere in contraddizione Ciavardini circa una sua presenza a Siracusa nel luglio ’80. Alla secca smentita del teste – “Non sono mai stato a Siracusa!” -, la “parte civile” gli ha contestato un verbale, redatto di proprio pugno da Giovanni Falcone, nel quale sarebbe risultato che Ciavardini avrebbe ammesso di essere stato, invece, proprio in quel capoluogo siciliano. E glielo ha contestato più volte, per smentire Ciavardini che insisteva nel negare. Poi, però – esattamente come accadde con Tortora trent’anni or sono -, qualcuno, segnatamente l’avvocato Alessandro Pellegrini, legale di Ciavardini assieme a Gabriele Bordoni e Mattia Finarelli, ha chiesto al collega della “parte civile” di visionare il foglio che questi sventolava con una certa enfasi accusatoria, facendogli notare che la parola che insisteva a leggere come “Siracusa”, in realtà, fosse “dormire”. Attimi d’imbarazzo e anche d’ilarità in aula – anche a non sapere come la calligrafia di Falcone è ben leggibile, si fa fatica a pensare che, come ha detto l’avvocato Speranzon, una “d” che “può sembra una s”, trasformi DORMIRE in SIRACUSA -, risolti con frettolose e goffe scuse. Tornando alla questione dei “pentiti”, però, la questione è ben più sottile e preoccupante. Nei due precedenti capitoli giudiziari del 2 agosto, la colpevolezza di Mambro e Fioravanti e successivamente quella proprio di Ciavardini, fu raggiunta essenzialmente, se non unicamente sulla credibilità concessa a “collaboratori di giustizia” caduti mille volte in contraddizione, quando non in smentite clamorose. “Pentiti” che, come nel caso di Angelo Izzo, non ci sono remore a giudicarli “sputtanatissimi”, sia dal punto di vista umano che giudiziario e la cui conseguente attendibilità – in qualsiasi altro contesto giuridico non italiano – sarebbe pari allo zero assoluto. Per di più, fa ancor più impressione propugnare una tale fede nei “pentiti” e nei “collaboratori di giustizia” proprio a Bologna, città in cui, esattamente negli stessi anni in cui si processano per strage Fioravanti e Ciavardini, in altre aule, per la vicenda della “Uno bianca”, inquirenti e investigatori sempre bolognesi stritolavano innocenti sulla base di testimonianze e rivelazioni di altri “pentiti” e di altri “collaboratori”, i quali, con l’arresto dei poliziotti-killer capitanati dai Savi, si rivelarono palesemente mendaci e “imbeccati”. È bene ripeterlo: forse, quella del presidente della Corte d’Assise è stata solo una battuta infelice e che non rispecchia autenticamente il suo pensiero in materia, poiché è sperabile che questo processo, comunque vada a finire, getti le fondamenta su basi più solide di quelle che, in passato, caratterizzarono gli esiti che, per quanto “passati in giudicato”, non hanno certo contribuito a dissolvere i dubbi sulla pagina terroristica più grave mai scritta nel nostro Paese.