Rimborsopoli, tutto tace. Attivista grillina si ribella a Di Maio e va in tribunale

A provare a scalare il muro di silenzio eretto intorno allo scandalo di Rimborsopoli interno ai cinquestelle è proprio una ex attivista del movimento grillino, Debora Borgese che, rappresentata dall’avvocato Lorenzo Borrè non ci sta e, visti i dribbling di Di Maio, la melina del vertice pentastellato e il colpo di spugna favorito dal risultato elettorale, decide di rivolgersi direttamente alla magistratura per chiedere se sussistano i presupposti per procedere contro i parlamentari che avrebbero falsificato i bonifici, come emerso nel corso dell’inchiesta condotta da Le Iene sul caso.

Rimborsopoli, l’esposto dell’ex attivista contro i parlamentari coinvolti

C’è chi dice no, e dall’interno: un no dichiarato contro omertosi silenzi. Contro complicità implicite. Contro il reset favorito dall’affermazione alle urne con cui Di Maio sta provando – a suon di dichiarazioni autarchiche e ecumenici appelli – a cancellare il peccato non proprio originale e a tornare a una verginità politica ormai deflorata. Ma la Borgese dice no, e «a distanza di oltre un mese dalle dichiarazioni dei vertici del Partito pentastellato che annunciavano passi drastici nei confronti dei parlamentari accusati di aver falsamente attestato versamenti non effettuati – commenta il legale Borrè – si è voluto dimostrare con la presentazione dell’esposto alla Procura della Repubblica che ad una volontà effettiva seguono le azioni conseguenti». Azioni mirate a tirar fuori da sotto il tappeto da dove è stata prontamente occultata la spazzatura pentastellata difficile da smaltire soprattutto per i duri e puri del movimento sempre pronti ad ergersi sul pulpito delle recriminazioni e a puntare il dito contro «i giochi di potere orditi sulla pelle degli italiani». Certo, dopo la doccia fredda del no secco ad ogni possibile apertura e intesa arrivato da Pd, Di Maio è impegnato sul fronte delle alleanze possibili per definire un piano b che dovrebbe partire dall’appoggio a un esecutivo istituzionale in vista di un ritorno al voto anticipato, ma le lotte intestine e i dissidi interni al movimento in questo momento rischiano di minare dall’interno credibilità e spendibilità.

Che fine hanno fatto i provvedimenti annunciati da Di Maio?

Tanto che, incalzano Borgese e Borré, «in attesa dei passi annunciati, indichiamo la via della chiarezza con un esposto che chiede di verificare se le condotte poste in essere con le pseudorestituzioni, per le quali Di Maio aveva evocato l’adozione di provvedimenti di espulsione, configurino o meno condotte illecite e se esse abbiano surrettiziamente influito nella scelta dei candidati del Partito, con danno per quei candidati che avrebbero potuto conseguire il seggio al posto di chi, secondo le parole del Capo politico, meritava invece l’espulsione e con incidenza nella cruciale fase di formazione dei Gruppi parlamentari». Come a dire: primum vivere, deinde filosofare… Del resto, in un momento come quello attuale quando il movimento rinserra i ranghi e deve selezionare nomi e candidature partoriti da una competizione elettorale che ha visto sfidarsi per l’attribuzione dei seggi anche nomi di spicco travolti dallo scandalo, poi passati indenni al verdetto delle urne (che li ha addirittura promossi), gli strali lanciati dall’interno sono più che leciti. Per questo, in conclusione, Debora Borgese conferma di non voler nascondere «i miei personali dubbi e perplessità verso chi è rimasto in silenzio e non ha promosso alcuna iniziativa per tutelare i propri diritti e lo svolgimento di una leale competizione elettorale», ribadendo che, «se l’allontanamento di questi parlamentari fosse avvenuto in tempi precedenti le parlamentarie, questi candidati avrebbero dovuto essere esclusi a priori. Oggi invece – chiosa più agguerrita che mai la movimentista – si parla di “condono”: gli attivisti esclusi meritano rispetto, come il Capo Politico che nella passata campagna elettorale ha dovuto affrontare anche questa umiliazione». E a parlar chiaro…