Occhio, Di Maio: a fare Robespierre si finisce con la testa nel cesto

Faceva quasi tenerezza Alessandro Di Battista, in arte Dibba, quando dal salotto tv di Giovanni Floris lamentava l’esondazione mediatica della rimborsopoli grillina a tutto danno delle ideone del M5S sulla rava e la fava. Strano per un esponente di un movimento che scruta l’orizzonte dal buco della serratura, che teorizza la politica come lo scontrino più il web e che riduce l’impegno parlamentare alla tenuta di un libro mastro. Sono anni che Debba, Di Maio compagnia rendicontante ci ammorbano con le loro prediche anti-casta a base di fatture, rimborsi e bolle di accompagnamento e ora che i loro “vaffa” rischiano di rimbalzargli tra capo e collo come un boomerang vorrebbero parlar d’altro. Troppo comodo, cari grillini: fare i conti in tasca all’avversario è il vostro sport preferito, ne siete i campioni indiscussi. Ora perciò tocca a voi rendicontare, a partire da Di Maio che deve spiegare come ha fatto a spendere 42mila euro per missioni non ufficiali in tre anni cui vanno aggiunti la bellezza di 7,500 euro tra penne e matite, spesa – quest’ultima – a dir poco inspiegabile visto che ogni deputato (figuriamoci il vicepresidente della Camera) riceve gratis una più che nutrita dotazione di cancelleria, toner per stampanti compresi. Ovviamente non ce ne frega niente, e non è questo il punto. Ma un altro, e di merito: l’idea che la purezza sia un elemento della politica è una solenne cazzata. Lo diceva Nenni («a fare il puro corri il rischio che arriva uno più puro che ti epura») e, prima ancora, l’ha sperimentato a prezzo della propria testa Robespierre, che almeno aveva capito che solo il terrore può reggere la coda alla virtù. Non è il sondaggio, quindi, ma la storia a segnalare ai Cinquestelle il pericolo di strada sdrucciolevole. Ora sta a loro regolarsi. E probabilmente lo faranno. Non subito, ma lo faranno. Diversamente, finirebbero per ghigliottinarsi da soli. E non solo per risparmiare sulle spese del boia.