Macerata, così la Dia nel 2016 lanciava l’allarme sulla feroce mafia nigeriana

L’allarme lo lanciò esattamente due anni fa la Direzione Investigativa Antimafia. Che nella sua consueta relazione semestrale al Parlamento evidenziò, in un capitolo a parte, accanto a realtà consolidate come Cosa Nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra Corona unita, la pervasività e anche la ferocia della mafia nigeriana, una vera e propria criminalità organizzata con proprie regole e riti, trasferitasi armi e bagagli in Italia, al seguito dei flussi migratori. E c’è chi ora, dopo la macelleria compiuta a Macerata dallo spacciatore nigeriano Innocent Oseghale contro la povera diciottenne Pamela Mastropietro, dilaniata e fatta a pezzi, si va a riguardare quell’allarmante rapporto della Dia che raccontava, già nei primi mesi del 2016, un mondo poco conosciuto e perfino poco indagato. Quello, appunto, dei clan mafiosi nigeriani. Che gestiscono il business criminale della prostituzione e dello spaccio senza andare troppo per il sottile.

«Tra le strutture criminali di matrice africana, la più pervasiva appare quella nigeriana, formata da diverse cellule criminali indipendenti e con strutture operative differenziate ma interconnesse, dislocate in Italia e in altri Paesi europei ed extraeuropei – scrivevano nel 2016 gli analisti della Direzione Investigativa Antimafia – Le recenti attività investigative condotte dalle forze di polizia evidenziano come le consorterie in parola abbiano assunto la conformazione di vere e proprie associazioni per delinquere, utilizzando modus operandi tipici delle mafie autoctone, tra i quali la forte propensione ad operare su business di portata transnazionale».

Poi l’affondo sui vari clan della mafia nigeriana. «Particolare attenzione va riservata ai gruppi degli “Eiye” e dei “Black Axe“, composti da nigeriani ma anche da ghanesi. Dette formazioni, infatti, sarebbero riconducibili ai cosiddetti “Secret Cults” – da anni presenti in Italia – noti per essere attivi nella commissione di gravi delitti come il traffico internazionale di stupefacenti, la tratta di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione, in opposizione ad altri gruppi rivali nell’ambito della comunità nigeriana».

«Tra quest’ultimi – insistono gli analisti della Dia puntando il dito sulla mafia nigeriana – si segnalano i “Black Cats” – che avrebbero come simbolo distintivo un gatto nero con un basco militare tatuato sulla spalla – sodalizio presente in varie zone d’Italia, ma particolarmente attivo nell’area di Casal di Principe, Aversa e Padova, le cui fonti di sostentamento deriverebbero dal traffico di grossi quantitativi di droga e dallo sfruttamento della prostituzione».

La relazione Dia del primo semestre del 2016 ricorda come un provvedimento cautelare emesso, all’epoca, dal gip di Napoli, avesse cristallizzato le grandi ricchezze accumulate dai clan dalla mafia nigeriana, ricchezze rastrellate grazie a un doppio livello, quello illegale ma, anche, quello legale della gestione di attività commerciali: «il gruppo dei Black Cats è molto ricco, grazie appunto ai proventi delittuosi, ma anche grazie ad attività commerciali apparentemente lecite, come bar, supermarket per africani, negozi di import export o connection house. Tramite le loro imprese di import-export, introducono dall’Africa droga ed altri beni».

«Nel contesto casertano – rilevava la Dia nel 2016 mettendo a fuoco i clan della mafia nigeriana – la comunità nigeriana avrebbe infatti acquisito una posizione competitiva in molti settori illegali, tra cui il “mercato” della prostituzione e quello della manodopera irregolare impiegata nella raccolta di pomodori, di frutta e nella pastorizia». Ciò che stupiva gli analisti dell’antimafia era che «nonostante in queste aree sia pregnante il controllo della criminalità organizzata autoctona, i sodalizi nigeriani riuscirebbero a convivere con i clan locali, mantenendo la gestione di diverse piazze di spaccio di Castel Volturno».

La relazione analizzava poi l’organizzazione interna della mafia nigeriana che farebbe «spesso ricorso alla figura della “maman“», una sorta di «reclutatrice, organizzatrice, sfruttatrice, capo di unità operative, punto di raccordo fra i diversi strati dell’organizzazione, cassiera ed investitrice dei proventi delle attività illecite».

«Un modello organizzativo – rilevavano gli analisti della Dia – spesso funzionale alla tratta degli esseri umani, che ha il suo principale bacino di reclutamento nello Stato di Edo, intorno alla capitale di Benin City. In tale località sarebbero presenti articolate strutture operative e logistiche, in grado di organizzare il trasporto delle vittime fino al loro sfruttamento».

La relazione della Direzione Investigativa antimafia sottolineava, già all’epoca, come «il settore del trafficking» risultasse «strettamente connesso con quello degli stupefacenti, di cui in parte si è già detto: la criminalità nigeriana sembra utilizzare opportunisticamente gli stessi canali e le medesime strutture per i diversi “servizi” criminali, operando, ormai da tempo, come fornitrice, mediatrice ed organizzatrice anche dei traffici di droga in molti Paesi europei ed extraeuropei».

«Analogo modus operandi – aggiungeva la Dia – verrebbe adottato dai network criminali eritrei, anch’essi organizzati in cellule stanziate su più territori, cui verrebbe affidato il compito di organizzare traffici di migranti o di stupefacenti. Si conferma anche per i menzionati gruppi criminali un consistente ricorso al money transfer, frazionando artificiosamente le somme di denaro in importi sotto soglia, oppure attraverso canali informali, come ad esempio l’hawala (il sistema informale di trasferimento di valori basato sulle prestazioni e sull’onore di una vasta rete di mediatori, localizzati principalmente in Medio Oriente e Africa, ndr) o l’impiego dei corrieri di valuta».

Numerose le operazioni di polizia e anche le condanne nei confronti di esponenti della mafia nigeriana con accuse, a vario titolo, di traffico internazionale, detenzione e spaccio di stupefacenti, violenze, minacce, lesioni, rapine, estorsioni ai danni di connazionali, reclutamento, induzione e sfruttamento della prostituzione.
Nella primavera del 2016 la Direzione Distrettuale Antimafia di Catania aveva fermato diversi nigeriani con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di giovani connazionali, anche minori. L’organizzazione, con basi operative a Catania, a Genova e a Roma, era diretta e promossa da una Maman nigeriana, Madame Jennifer, che curava direttamente i rapporti con i complici in Nigeria e in Libia, seguiva il tragitto delle vittime attraverso l’Africa fino alle coste libiche e provvedeva a fornire il denaro necessarie per concludere il viaggio verso l’Italia.

Alle telecamere di Sky, sempre nel 2016, il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, aveva raccontato la prepotenza e la violenza esercitata dalla mafia nigeriana che opera anche nei territori storici di camorra e Cosa Nostra stringendo accordi di reciproco interesse con i clan, mentre Vincenzo Nicolì, del Servizio Centrale Operativo, aveva spiegato come la mafia nigeriana utilizzasse riti voodoo e Secret Cults per tenere soggiogati i propri connazionali. E a Macerata? Forse è arrivato il momento di verificare se anche nella città dove è stata uccisa Pamela, seviziata e sezionata come se si trattasse di un rito voodoo, vi sia la presenza della mafia nigeriana e sia collegata a spacciatori come Innocent Oseghale.