Sempre più semafori rossi per i bitcoin: “no” di Cina e Indonesia

Uno dopo l’altro, aumentano i semafori rossi per il bitcoin. Dopo la svolta annunciata dalla Corea del Sud, che sta preparando una legge anti-criptomonete, arrivano segnali anche da altri paesi. In Cina, nel mirino è finita anche l’attività dei “minatori”, il perno del sistema bitcoin. Ora entra a gamba tesa anche Bank Indonesia, che ha acceso ufficialmente i riflettori sui rischi legati alle operazioni legate alle valute virtuali. Le criptomonete costituiscono un investimento altamente speculativo e rischioso. Inoltre, “tendono a essere usate come sistema di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, quindi hanno il potenziale per condizionare la stabilità del sistema finanziario”. La nota dell’istituto fa seguito al provvedimento che ha già vietato alle compagnie hi-tech di usare le criptovalute per le transazioni, senza però proibire il trading in toto. Come si diceva, l’Associazione nazionale delle finanze di Internet in Cina (Nifa) ha messo in guardia dai rischi derivanti da un nuovo tipo di offerta di criptovaluta, le cosiddette “initial miner offerings” (Imo), affermando che si tratta di una raccolta di monete digitali camuffate che è stata completamente bloccata nel paese. “Gli investitori dovrebbero stare attenti ai rischi nascosti delle Imo”, ha avvertito in una nota la Nifa, che ha invitato gli investitori a non fare investimenti ciechi e ha incoraggiato le persone a riferire alle autorità di regolamentazione o alla polizia su tali attività illegali. Il governo cinese ha rafforzato la regolamentazione sul bitcoin e altre criptovalute digitali per frenare i rischi finanziari, con scambi chiusi e negoziazioni bloccate.