Dalla crisi economica a quella alimentare: in recessione 1 italiano su 5 mangia peggio

La crisi economica che imperversa in tutto il mondo dal 2008 ormai, non solo ha svuotato i nostri portafogli, ma ha anche depauperato le nostre tavole: non solo nefasti effetti economici, dunque, ma anche drammatiche conseguenze socio-culturali e gastronomiche: tanto è vero che, almeno per quanto riguarda il Belpaese, semplicemente ponendosi la domanda su cosa restasse ad oggi della crisi internazionale, un un team di scienziati ha provato a rispondere fotografando una sorta di “recessione alimentare”, un trend in crescita che al momento sembra riguardare un nutrito quinto della popolazione.

Un’indagine lo conferma: con la crisi gli italiani mangiano peggio

E allora, cosa resta dopo la grande crisi che dal 2008 ha imperversato a livello globale? semplice rispondere stando al report degli esperti addetti ai lavori appena citati: per effetto della crisi, un italiano su 5 ha cambiato in peggio la sua alimentazione, e per confermarlo basterà citare un maxi studio scientifico pubblicato sul Journal of Public Health, a firma di un gruppo di ricercatori dell’Irccs Neuromed di Pozzilli (Isernia). I risultati fanno traballare la culla della dieta mediterranea, perché questo regime alimentare amico della salute, celebrato in tutto il mondo e immancabile sulle tavole di generazioni di italiani di qualunque classe, rischia di rimanere allo stato dei fatti un lusso per pochi e di diventare invece un ricordo per le fasce sociali più svantaggiate. Anche un gruppo greco, in un lavoro di recente pubblicazione, aveva rilevato uno spostamento verso una dieta meno sana dopo l’inizio della crisi economica fra le persone più anziane di 20 isole del Mediterraneo. Partendo dal presupposto in qualche modo condiviso da diversi studi orientati a decifrare il linguaggio alimentare in voga durante la crisi, il team italiano è andato a fondo e ha indagato anche sui principali fattori socioeconomici associati alle modifiche alimentari emerse. Ebbene, l’analisi condotta su 1.829 persone dai 28 agli 83 anni nel contesto dello studio (survey su base telefonica) Inhes, «un osservatorio sulle abitudini alimentari tricolore che raccoglie centri sparsi in maniera omogenea a livello nazionale da Nord a Sud e coinvolge quasi 10.000 persone, reclutate dal 2010 al 2013, ha selezionato una parte per questa ulteriore indagine specifica sull’impatto della crisi economica», ha spiegato all’AdnKronos Salute Marialaura Bonaccio, epidemiologa dell’Istituto neurologico mediterraneo Neuromed, che ha condotto lo studio grazie anche a una borsa della Fondazione Umberto Veronesi. Bonaccio è la prima autrice del lavoro, al quale ha contribuito anche un’altra borsista della Fondazione Veronesi, Simona Costanzo.

Anche la dieta mediterranea i i suoi “must” colpiti dalla recessione

E così, per l’indagine è stato somministrato un questionario mirato a capire i cambiamenti che si sono potuti verificare negli ultimi anni sulle abitudini alimentari. «Alla domanda se negli ultimi 5 anni queste fossero cambiate per ragioni economiche, ha risposto sì il 21,2%. E’ un dato autoriportato. E noi – chiarisce Bonaccio – siamo andati a vedere nel dettaglio chi fossero gli italiani inclusi in questa percentuale, prendendo in considerazione fattori come lo status socioeconomico, quindi il livello di istruzione, il reddito familiare, l’occupazione, ma anche indicatori particolari come le conoscenze sulla nutrizione», risultate effettivamente maggiormente associate alla possibilità di un “impoverimento” della qualità a tavola, Un depauperamento che ha investito finora più il Centro e il Sud Italia, rispetto al Nord. Ma che ha infierito anche fra le persone con un livello d’istruzione più basso o con reddito familiare medio-basso, fra i disoccupati e fra chi svolge lavori manuali. Con una certezza che spicca su tutte: sono le classi più svantaggiate a essere maggiormente colpite. E allora, fra chi ha risposto di aver cambiato l’alimentazione per ragioni economiche è stato diminuito un po’ tutto, tranne la pasta, il riso e il pane. Un dato rilevante riguarda un caposaldo della dieta mediterranea, il pesce fresco: «Se ne ha ridotto il consumo solo il 4% della popolazione che non rileva cambiamenti nella dieta legati alla crisi, la percentuale sale al 68% fra chi invece il peggioramento per motivi economici dice di averlo vissuto». E dati i costi del pescato, decisamente più alti rispetto a quelli di altri prodotti, e spesso proibitivi per molti consumatori, non c’è da stupirsene.