Addio a Sergio Giacomelli, l’indimenticabile “federale di Trieste”

Questa mattina Sergio Giacomelli è partito. Lassù lo attendono tanti amici, tra tutti Almerigo Grilz e Giorgio Almirante. Di certo hanno tante cose a dirsi, da raccontarsi. Di certo ricorderanno le loro battaglie per Trieste, quest’angolo d’Italia sospeso per quasi mezzo secolo nella guerra fredda. Sergio, il “federale”, fu uno dei protagonisti della lunghissima mobilitazione della destra triestina contro la de-nazionalizzazione e la marginalizzazione della città, un processo insidioso in cui si saldavano ambizioni jugo-comuniste e interessi centristi.

Storie complesse, difficili, dolorose. Il peggio venne negli anni Settanta. Dopo il trattato di Osimo con cui l’Italia rinunciava definitivamente agli ultimi lembi d’Istria, Mariano Rumor e Aldo Moro (e i loro referenti economici) si apprestavano a vendere la città giuliana a Tito: bilinguismo, zone economiche “miste” e altre follie. Trieste scese in piazza e il MSI guidato da Giacomelli ritrovò una nuova centralità politica.

Mentre il FdG con la regia d’Almerigo occupava le scuole innalzando ovunque il tricolore e le croci celtiche, Sergio guidava in Comune un’opposizione serrata e senza sconti al sistema catto-comunista. Almirante comprese e, su spinta di Giacomelli, volle guidare la lista della Fiamma alle elezioni comunali, aprendo  — leggete il bel libro di Comelli e Vezzà “Trieste a destra” — una stagione d’entusiasmo, vivacità e allegria.  Irripetibile.

Ma Sergio non fu soltanto un abile politico e un ottimo avvocato. Fu un capo serio e responsabile. Quante volte in piena notte arrivava in questura per “riprendersi” i suoi ragazzi fermati in qualche manifestazione. E poi riportava a casa i “muli”, calmando i genitori angosciati. Dimenticarlo è impossibile.

Attento, ironico e scevro da nostalgie passatiste, Sergio non si entusiasmò mai per le spericolate trasformazioni destriste. Non lo convincevano le acrobazie governiste e i pastrocchi romani:  un profilo troppo serio per alcuni giovani notabili che cercarono d’isolarlo, pensionarlo. Inutilmente. Quando tutto il baraccone crollò e la destra sembrava defunta, Sergio scese nuovamente in campo e diede una mano a ricostruire. A Trieste, in poco tempo, prese forma e sostanza Fratelli d’Italia. Con successo.

Lo conferma la decisione di Giorgia Meloni di celebrare proprio nel capoluogo giuliano  il prossimo congresso nazionale del suo partito. Sarebbe bello, giusto se le donne e gli uomini di FdI dedicassero il loro incontro a Sergio Giacomelli, il nostro “federale”.