Minniti: sulle rotte degli immigrati il rischio di 30mila foreign fighters

Trentamila foreign fighters dell’Isis potrebbero entrare in Italia utilizzando le rotte dei clandestini immigrati. E’ il ministro dell’Interno, Marco Minniti, a lanciare l’allarme durante la sua audizione al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol e di controllo e vigilanza in materia di immigrazione.

Chiamato a San Macuto dai membri del Comitato parlamentare nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla gestione del fenomeno migratorio nell’area Schengen, con particolare riferimento alle politiche dei Paesi aderenti relative al controllo delle frontiere esterne e dei confini interni, Minniti avverte la platea di parlamentari che lo sta ascoltando: «Se si dovesse verificare una cogente sconfitta militare dell’Isis – ammonisce il titolare del Viminale – potrebbe esserci una diaspora di ritorno di foreign fighters, che si stimano in 25-30 mila».

«Trattandosi di fughe individuali – segnala Minniti – è possibile che possano usare le rotte dei trafficanti di esseri umani. Per questo il confine meridionale della Libia è cruciale anche per il contrasto al terrorismo».

A Minniti i membri del Comitato hanno posto sei questioni. Innanzitutto quali siano, al momento, le decisioni che potrebbero essere prese in ordine all’ipotesi di rivedere il codice Schengen visto che, annota la presidente del Comitato, la forzista Laura RavettoFrancia, insieme a Danimarca, Germania e Norvegia, stanno già pensando di modificarlo proprio per contrastare la minaccia terroristica. La Francia, anzi, sta già immaginando di estendere e rafforzare i controlli anche nei porti e nelle stazioni ferroviarie nell’ambito della legge nazionale antiterrorismo con l’obiettivo di allungare i tempi durante i quali i Paesi membri possono estendere i controlli alle frontiere.

Altra questione posta al ministro Minniti è quella degli accordi fin qui presi con le tribù libiche. Anche perché alcuni grandi quotidiani statunitensi, come la Washington Post, hanno sostenuto che i soldi dati dall’Italia ai libici sarebbero finiti «nelle mani sbagliate». Washington Post, molto critico sulla politica italiana di gestione dei flussi migratori dalla Libia sostiene, infatti, che questa massa di soldi che l’Italia riversa sulle varie tribù e sulle milizie libiche sta finendo per indebolire uno Stato già debole. E, inoltre, non impedisce alle varie milizie di prendere soldi dall’Italia continuando, sottobanco a guadagnare dai traffici di esseri umani. Insomma il classico pasticcio tutto italiano. Di qui la richiesta del Comitato Schengen a Minniti di capire quale sia la situazione reale sul campo.

Il terzo tema è quello delle rotte migratorie e dei cosiddetti “sbarchi fantasma“, con decine e decine di immigrati che arrivano dalla Tunisia – il paese che, tradizionalmente, vanta il maggior numero di foreign fighters in Europa – e, una volta approdati sulle coste italiane scompaiono nel nulla lasciandosi dietro i relitti con i quali hanno attraversato il Mediterraneo. Un fenomeno che preoccupa non poco il Viminale, consapevole che fra quegli immigrati tunisini possono tranquillamente nascondersi eventuali terroristi.
Si chiede, da questo punto di vista, monsignor Ilario Antoniazzi arcivescovo di Tunisi, commentando l’arresto in Italia del fratello dell’attentatore di Marsiglia, di nazionalità tunisina: «i foreign fighters non escono dalle carceri (tunisine, ndr) con la stessa facilità degli altri, però la domanda è: si esce migliori dalla prigione o più indottrinati di prima? Basta vedere in Europa come molti si siano radicalizzati in carcere».

«Un recente condono da parte del presidente della Tunisia – svela il monsignore – ha aperto le porte delle carceri a chi aveva scontato la pena per furto o spaccio. Ci si domanda se queste persone siano rimaste qui (in Tunisia, ndr) o siano partite verso l’Italia: è gente che ha già scontato la pena, ma ci si interroga sulle condizioni in cui queste persone siano uscite dal carcere». Dunque le domande poste, da questo punto di vista, dai membri del Comitato Schengen a Minniti sono decisamente attuali.
Ma c’è anche un altro aspetto. Ed è quello dell’incremento di sbarchi da altri Paesi, uno dei quali sarebbe la Turchia che, secondo Frontex, rappresenta la seconda rotta seguita dagli immigrati. Poi, appunto, c’è la rotta proveniente dalla Tunisia. Con tutti i rischi connessi che si porta appresso.

Un altro aspetto sul quale i parlamentari del Comitato Schengen chiedono delucidazioni a Minniti è quello dei permessi di soggiorno per motivi umanitari. «Risulta al Comitato – dice Laura Ravetto rivolta al ministro – che dal 2010 al 2016 sarebbero stati rilasciati 75.194 permessi di soggiorno per motivi umanitari, cioè il 25 per cento delle richieste presentate. Il tema è: i rinnovi sembrano essere fatti quasi in automatico senza che vi siano ulteriori verifiche se le condizioni prese in esame all’inizio siano ancora valide.

Penultimo punto la questione dei centri di accoglienza alcuni dei quali, come Bari, Gradisca d’Isonzo e, successivamente, MineoMacomer, potrebbero essere in fase di chiusura.

Ultima questione posta dal Comitato Schengen al ministro Minniti riguarda la modifica al piano Triton, con la richiesta italiana ai partner coinvolti di modificare la missione, lo schieramento delle navi e la dislocazione nei porti. Si parla di una revisione del piano operativo e il nuovo piano, frutto delle riunioni che si sono succedute, sembra essere già pronto nei prossimi due mesi.

Minniti ha ricordato l’ultima audizione in Comitato Schengen, quella del 15 febbraio 2017: «Dopo più di 7 mesi da quell’audizione – ha detto – si può ora fare un bilancio».
Illustrato le intenzioni come affrontare il tema della prevenzione e controllo flussi migratori.
L’obiettivo, ha ricordato, «era quello di governare questi flussi migratori. Oggi ci presentiamo con un dato: la diminuzione dei flussi si attesta oggi fra il 25 e il 27 per cento. Un dato importante ma non ancora strutturale».

Il ministro dell’Interno ha ricordato come si è giunti a questi risultati attraverso tre capisaldi: il governo della frontiera marittima della Libia, il controllo delle acque territoriali da parte della guardia costiera libica e, infine, il controllo del confine sud della Libia sul quale si scarica la pressione degli immigrati che, dall’Africa, cercano di raggiungere l’Europa.

«In questi mesi, nei primi nove mesi, la Guardia Costiera libica ha salvato 16.500 persone», ha sostenuto Minniti ricordando che «l’Italia ha trasferito alla Guardia Costiera libica 4 motovedette ammodernate riconsegnate alla Libia e che erano trattenute dal nostro Paese». A questo si aggiunge la formazione degli equipaggi da parte dell’Italia, formazione fatta dalla Guardia costiera italiana. «Ulteriori motovedette – ha annunciato Minniti – saranno trasferite e restituite alla Guardia Costiera libica della cui formazione si occuperà il ministero dell’Interno italiano».

Il secondo punto del memorandum era quello del confine sud della Libia. «Un confine dell’intera europa, un confine cruciale per l’Europa – sostiene Minniti – per la lotta al traffico degli esseri umani e per il contrasto al terrorismo». E qui le parole più gravi. «Con una sconfitta militare islamica in Iraq e anche in Siria potremmo trovarci – avverte il ministro dell’Interno – di fronte a una diaspora di ritorno di foreign fighters che hanno combattuto in Iraq e Siria. Si parla di 25.000-30.000 foreign fighters provenienti da 100 paesi nel mondo. Naturalmente una parte di questi combattenti è morta ma, nel momento in cui dovesse appalesarsi uno scacco militare è possibile che una parte di foreign fighters punterà a tornare a casa, cioè nei Paesi dell’Africa settentrionale e nei Paesi europei».

«In questo ambito – rincara la dose Minniti – non è da escludersi che quando si passa a un ritorno individuale, a una fuga individuale, nel proprio ritorno a casa i foreign fighters potrebbero utilizzare anche le rotte dei trafficanti di esseri umani. Da questo punto di vista il controllo del confine sud diventa fondamentale».

«In questi mesi – rivela il titolare del Viminale – abbiamo sviluppato una doppia attività per il controllo dei confini. Abbiano attivato, in maniera positiva, le tre principali tribù che agiscono nel deserto del Sahara: Tuareg, Tebu e Suleiman. Il 31 marzo scorso le 3 tribù hanno firmato la pace fra loro a Roma. Hanno firmato questo patto che ha retto a numerose tensioni. E’ cruciale avere la possibilità di poter controllare con queste tribù, con questi “guardiani del deserto”, una moderna guardia di frontiera, il confine sud della Libia».

La seconda attività, il secondo aspetto cruciale, è stato il rapporto costruito «con i paesi che confinano a sud della Libia, Niger, Ciad e Mali. Abbiamo costruito una cabina di regia a livello di ministri dell’interno – ha svelato Minniti – L’ultima riunione del 28 agosto scorso è stata un punto di incontro fra l’attività delle tribu e l’attività degli Stati».
Questa attività ha portato a una «diminuzione degli arrivi e, quindi, delle partenze della Libia. Nel confine sud abbiamo un meno 35 per cento. E questo è molto importante – sostiene il responsabile del Viminale – perché c’era il rischio  che la Libia potesse diventare un “collo di bottiglia” generando problemi non banali. Non significa che non ci siano problemi – ammonisce Minniti – ma ha tenuto anche il controllo del confine sud».

«In questo ambito – dice Marco Minniti – abbiamo sviluppato un rapporto limpido con il governo Seraj e con i sindaci. Ho più volte incontrato, sempre d’intesa con il governo di Tripoli, i sindaci delle 14 città libiche più interessate dal traffico di esseri umani. C’era un impegno, chiesto alle comunità, di separare i loro destini dal traffico di esseri umani. Il traffico è stata un’impresa dannata che ha funzionato, prodotto e distribuito reddito. Era necessario che ci fosse una convenienza positiva alla popolazione. Come si dice: la buona moneta scaccia la cattiva moneta».

«Nel primo incontro a Tripoli – ricorda il ministro dell’Interno – si sono presentati con i loro progetti di sviluppo, progetti consegnati all’ambasciata italiana e, poi , alla Comunità Europea. Progetti nel campo della sanità, dell’assistenza ai minori, della scolarità e dell’educazione, dello sviluppo alle infrastrutture. I sindaci hanno incontrato anche la Commissione Europea. Quei progetti vanno ora istruiti e finanziati secondo un percorso di carattere alternativo».

Per quel che riguarda i centri di accoglienza in Libia, «l’Unhcr ha visitato 25 su 27 centri di accoglienza libici. E ha selezionato 1000 fra donne, bambini e anziani, che hanno diritto alla Protezione internazionale. Ci sarà un piano di ricollocazione  in paesi terzi in tutto il pianeta», dice Minniti augurandosi che il modello di individuare in Libia persone che hanno diritto alla ricollocazione e portarli in paesi terzi nel mondo diventi un modello.

Quanto al contrasto ai trafficanti di esseri umani e del terrorismo, il 30 agosto c’è stata una riunione a Tripoli tra la Procura nazionale antimafia italiana e la Procura Generale di Tripoli nell’ambito di una «cooperazione giudiziaria fra Italia e Libia».