M5s, Fico giù dal palco. Un tempo il dissenso faceva storia. I casi di Cossutta e Rauti

E adesso anche Roberto Fico rischia di essere catapultato fuori dal cerchio magico. Agli esponenti della prima ora viene chiesto silenzio, guai a ribellarsi. La sorte altrimenti è segnata: ed è quella già subìta da Federico Pizzarotti, il sindaco di Parma “scomunicato” da Grillo e Casaleggio. Nel volgere di poche settimane, la ruota grillina ti porta dagli altari alla polvere. Così Fico non sarà sul palco di Rimini ad applaudire Di Maio candidato premier (pare che sia stato lo stesso Fico ad autoescludersi). Dice il senatore Nicola Morra: “La storia va rispettata”. 

Una frase che dice molto. Quella di Fico è già storia, andata, archiviata, pronta per essere rimossa e digerita al grido di onestà-tà-tà. Ma, a dispetto di quanto afferma Nicola Morra, il Movimento non ha ancora una storia. I dissidenti che vanno e vengono appartengono solo alla cronaca politica, a una memoria che si sbiadisce dopo poche ore. Fico è un grillino della prima ora, con il cuore a sinistra. Logico che non veda bene uno come Di Maio, nel quale i tratti giacobini del primo grillismo sono così sfumati e poco appariscenti. 

Ai tempi della prima Repubblica i leader che lasciavano un partito facevano storia, perché le motivazioni delle loro scelte erano ideologiche. Certo, contavano anche le ambizioni personali, i malumori e i risentimenti. Ma si aveva il buon gusto di non farli emergere in primo piano. Gli addii dell’epoca meritavano pagine e pagine di analisi, suscitavano persino le lacrime dei militanti. 

Si pensi ad Armando Cossutta, il comunista incallito, rigidamente filosovietico, allergico all’idea di sciogliere il Pci nel 1991 fonda Rifondazione comunista. Sette anni dopo litiga anche con Bertinotti e torna all’antico, mettendo in piedi il partito dei Comunisti italiani con Oliviero Diliberto e Marco Rizzo. L’ortodossia di Cossutta era talmente ingombrante da fare ombra a tutti gli scissionisti che a sinistra sarebbero venuti dopo, incolori e incapaci di dare un futuro al nostalgismo: da Pippo Civati al buon Pierluigi Bersani. 

A destra non fu privo di drammaticità l’addio di Pino Rauti, che al congresso di Fiuggi abbandonò la nascente Alleanza nazionale accusando Gianfranco Fini e i suoi di voler trasformare il partito “in una vecchia baldracca”. Fu tentennante, all’epoca, anche Mirko Tremaglia, che non si ritrovava nelle tesi congressuali che rivalutavano l’antifascismo. Eppure rimase, memore delle lacerazioni provocate da un’altra scissione, quella di Democrazia nazionale del 1976. 

L’eterna dialettica tra il vecchio e il nuovo, tra l’ortodossia e l’eresia, tra la nostalgia e l’avvenire. Nulla di tutto ciò affiora nel dibattito interno ai Cinquestelle. Nulla che possa essere scambiato per vero e sofferto dibattito politico. Sembrano solo una classe indisciplinata di allievi in gara per diventare i primi della classe. La politica adulta è un’altra cosa. Così come la storia dei veri partiti è diversa dalle storielle dell’asilo.