Lavoro, smascherati i trucchi del governo: il baratro dietro i dati Istat

C’è ben poco da ridere. Nonostante l’ultima rilevazione dell’Istat abbia messo evidenziato che gli occupati a luglio di quest’anno, pari a poco più di 23 milioni di unità, sono tornati allo stesso livello del 2008, il monte ore lavorate, invece, è diminuito di oltre 1,1 miliardi (-5 per cento). Il che è grave. Vuol dire due cose di segno negativo: cala la produttività e chi lavora guadagna molto meno di quanto dovrebbe e potrebbe. Con stipendi più bassi, i consumi non aumentano in modo significativo e la qualità della produzione ne risente. Dite voi cosa c’è da ridere e gongolare. Parlare di crescita in queto contesto dignifica continuare un un bluff ormai patetico che si scontra con la realtà. I numeri vanno letti e interpretati, non vann ssciorinati pedissequamente tentando di darla a bere agli italiani. E’ quanto si legge in uno studio della Cgia di Mestre che evidenzia così l’aumento dell’occupazione, ma a tempo parziale con un impatto rilevante sulla produttività. Nei primi 6 mesi del 2008, infatti, annota ancora la Cgia, i lavoratori italiani erano stati in fabbrica o in ufficio per un totale di 22,8 miliardi di ore, nei primi 2 trimestri di quest’anno, invece, lo stock è sceso a 21,7. “In buona sostanza se a parità di occupati sono diminuite le ore lavorate, rispetto al 2008 i lavoratori a tempo pieno sono scesi e, viceversa, sono aumentati quelli a tempo parziale, dai contratti a termine al part time involontario, dal lavoro intermittente alla somministrazione”.

Stipendi in netto calo

Insomma, il lavoro è in crisi nera e i trucchi del governo per edulcorare i dati sono ormai intollerabili. Infatti, se nel 2008 i dipendenti full time erano l’86% del totale, 8 anni dopo il dato si è ridotto all’81%. Gli occupati a tempo parziale, invece, sono saliti dal 14 al 19% del totale. Un calo che ha impattato sulla produttività del lavoro che ha subito una contrazione molto importante sia nei servizi (-3,1%) sia nelle costruzioni (-7,1%), settori, questi ultimi, che danno lavoro al 79% del totale dei dipendenti presenti nel Paese. In calo anche la retribuzione media per occupato che ha registrato una forte contrazione: tra il 2008 e il 2016 è diminuita, al netto dell’inflazione.

I dati istat edulcorati dal governo

Eppure tutto il governo aveva sorriso di questi dati Istat, da Gentiloni a Padoan a Renzi, che – da par suo- si era ascritto a suo merito esclusivo questo micro-finto successo decretato dai dati Istat. I numeri però vanno letti e a leggerli c’è da essere seriamente preoccupati. Lavorare meno ore e precariato rappresentano il fallimento del Job’s Act e della politica economica del governo. “Nonostante abbiamo recuperato gli occupati che avevamo prima della crisi -dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo- ciò è avvenuto a scapito della qualità dei nuovi posti di lavoro e della diminuzione della produttività nei settori più importanti che hanno trascinato verso il basso anche i livelli retributivi pro capite“. Oltre a ciò, ricordano dalla Cgia, rispetto alla situazione pre-crisi l’Italia deve recuperare tra i principali indicatori economici 3 punti percentuali di consumi delle famiglie, 5,8 punti di Pil, 7 punti di reddito disponibile delle famiglie e ben 24,4 punti di investimenti. “Speriamo -conclude il segretario Renato Mason- che con la legge di Bilancio 2018 le risorse a disposizione vengano utilizzate per ridurre le tasse, in particolar modo attraverso il taglio dell’Irpef. Solo così possiamo sperare di rilanciare con vigore i consumi interni che, ricordo, costituiscono la componente più importante del nostro Pil”. Ma da questo orecchio il governo non sente molto, visto che nel 2017 le tasse che dovremo pagare – tra quelle già pagate e quelle in arrivo i prossimi mesi – ammontano a 8mila euro a famiglia. Un massacro, appunto.