Dopo la Turchia, ora anche l’Iraq si scaglia contro l’indipendenza dei curdi

Il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, previsto per il 25 settembre, rappresenta una ”minaccia all’unità dell’Iraq, garantita dalla Costituzione, e una minaccia alla pace civile e regionale in quanto viola la Costituzione irachena”. È quanto si legge in un comunicato diffuso dal Parlamento iracheno dopo il voto con cui ha respinto la legittimità della consultazione referendaria, chiedendo al governo di Baghdad e al premier Hayder al-Abadi di prendere le misure necessarie a tutelare l’unità del Paese. ”Anche le zone contese inserite nel referendum violano la Costituzione”, prosegue il comunicato riferendosi alla provincia etnicamente mista di Kirkuk che ad agosto ha votato per partecipare al referendum. Il Parlamento ”respinge qualsiasi iniziativa finalizzata a destabilizzare la sicurezza e la società” dell’Iraq dopo che sarà ”raggiunta la vittoria contro lo Stato islamico”, prosegue il testo. Durante la seduta odierna, sono stati 204 i deputati che hanno votato contro il referendum curdo, mentre una trentina di parlamentari curdi hanno abbandonato l’aula. Sono 328 i seggi del Parlamento di Baghdad. Il Kurdistan iracheno è nato nel 1992 e ha cominciato a chiedere con forza l’indipendenza dopo l’invasione americana del 2003 che ha portato alla caduta del regime di Saddam Hussein. Circa 5,5 milioni sono i curdi che hanno diritto di voto al referendum. Ma Kirkuk avrà uno “status speciale” all’interno del Kurdistan dopo il referendum sull’indipendenza dell’attuale regione autonoma dell’Iraq. Lo ha dichiarato il presidente del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, a Kirkuk, dove ha incontrato alcuni esponenti dei partiti turkmeni, arabi e curdi della città. Alcuni partiti che rappresentano le comunità turkmena e araba si sono detti contrari al referendum, annunciando l’intenzione di boicottare il voto. Barzani, citato dal sito dell’emittente Rudaw, ha definito un “diritto naturale” il referendum fissato il 25 settembre, precisando che il voto non ha l’obiettivo di “ridisegnare i confini” del Paese.